lunedì 7 dicembre 2009

Una doccia per Copenaghen


Al sabato mattina accompagno mio figlio in piscina. Lo guardo avviarsi mestamente alla sua lezione di galleggiamento, faccio le mie vasche a rana e a dorso e poi mi concedo una bella doccia calda. E' una doccia a gettone e, diversamente da quello che mi sarei aspettata, (e da quello che succedeva nelle piscine comunali che frequentavo qualche anno fa), il gettone dura a lungo. Molto a lungo.
A casa mi insapono col rubinetto chiuso. Metto il balsamo nei capelli e poi mi becco 3 minuti di freddo aspettando che faccia il suo effetto perché non potrei tollerare di restare sotto il getto dell'acqua solo per il piacere di scaldarmi. A casa so che l'acqua è un bene prezioso, destinato a divenire sempre più scarso e che va consumato con parsimonia.
Ma in piscina... Qui è come se tutta la mia consapevolezza sulla necessità di risparmiare l'oro blu fosse anestetizzata dal prolungato contatto col cloro: sto sotto al getto tiepido per tutto il tempo senza farmi troppe domande. Al di fuori delle pareti del mio bagno è come se il problema apparisse meno reale, o comunque meno pressante.
Questa non è la mia acqua e risparmiandola non ho la sensazione di fare la mia parte. E' l'acqua di tutti, quindi in definitiva di nessuno.

L'unica volta che sono stata negli Stati Uniti, ormai più di dieci anni fa, ho pensato che era un luogo di eccessi, una sorta di paese dei balocchi come se lo immagina un bambino dell'età di mio figlio: fantastiche luminarie, mangiare di tutto a tutte le ore, negozi traboccanti di merce che puoi comprarti anche se non hai soldi. La cosa mi aveva lasciata un po' stordita e perplessa sul predominio americano sul mondo. Oggi che quel predominio si sgretola a vista d'occhio mi rendo conto che l'americano che si è comprato casa a 70 km da dove lavora e che tutti i giorni passa due ore e mezza a bordo di un Suv, tanto la benzina non gli costa una mazza, fa un danno anche a me. E il danno è doppio nel momento in cui crede che quello stile di vita sia un suo diritto e fa di tutto per mantenerlo.

Credo che il problema che ci troviamo ad affrontare, e a cui si dovrà cercare una soluzione in questi giorni alla conferenza sul clima dell'Onu a Copenaghen, abbia molto a che fare con la mia peccaminosa doccia in piscina. Siccome il problema è globale alla fine pensiamo che non ci riguardi singolarmente. Mentre il fatto che io mi senta autorizzata a scialacquare solo perché pago il mio gettone dovrebbe farvi arrabbiare molto. Quell'acqua, che scivola copiosa nella grata di scarico mentre canticchio, è anche vostra.

Foto: Flickr

lunedì 2 novembre 2009

Piovono pietre


SHOPPING
Alla Fnac il prezzo esposto di alcuni prodotti non corrisponde a quello che poi vi praticano alla cassa. La politica aziendale è interessante. Ho comprato una chiavetta usb che sarebbe costata (etichetta adesiva sulla confezione) 17,90 euro, ma il prezzo che compariva sull'espositore era ribassato a 15,90. Poi ho preso un Dvd RW da una pila di dischetti contrassegnati dal cartellino 1,70 euro. Alla cassa la chiavetta usb me l'hanno fatta pagare il prezzo scontato, 15,90, il Dvd invece si scopre che costa 2 euro.
Ma come? dico io.
Signora, vede, l'etichetta sul Dvd dice 2 euro, dice lei.
Ma sull'espositore c'era scritto 1,70, dico io.
Ma vale il prezzo appiccicato al prodotto, dice lei.
Ma allora perché non mi fa pagare 17,90 per la chiavetta usb? dico io.
Sa come fanno loro? Quando il prezzo diminuisce, mettono il prezzo giusto nell'espositore. Quando il prezzo sale cambiano le etichette ma non il cartellino sull'espositore, dice lei.
Ah, è così che fanno loro? MA LORO CHI, CRETINA, CHE ANCHE TU LAVORI QUI? La parte in stampatello non la dico ma la penso a tutto volume.
Lo scopo è fottere il consumatore, facendogli credere che sta per spendere meno di quello che spenderà in realtà. Io il Dvd l'ho lasciato alla cassa, ma scommetto che un sacco di gente se lo compra e tanti saluti.

SCUOLA
La riforma Gelmini ha decimato le maestre, ve l'eravate data? Noi genitori di bimbi alle elementari purtroppo sì. E pensare che invece di andare incontro all'istituzione in difficoltà, rompendo le palle il meno possibile, noi abbiamo perfino deciso di esonerare il pupo dall'insegnamento della religione. Si tratta di due ore a settimana (sì, due ore, e una sola di ginnastica, tanto per dare una mano al diffondersi dell'obesità infantile) nelle quali "prima della riforma" ci sarebbe stata una maestra a disposizione per far fare ai bimbi una qualche attività alternativa. Ora non c'è più, quindi i bimbi vengono sbattuti di volta in volta in una classe a caso a fare, spesso, gli stessi disegnini di Gesù che i loro compagni fanno con la maestra di religione: geniale non trovate?
Soluzioni proposte dalla preside? "Quello che possiamo suggerire ai genitori che hanno scelto di non far fare religione ai figli è di ripensarci: fategliela fare".
Già così c'è da mettersi le mani nei capelli, ma aspettate, c'è di più. Un genitore alza la mano e chiede: "Mi scusi io all'iscrizione non avevo barrato la casella perché ero indeciso, adesso però vorrei esonerare mio figlio: si può?" Ennò, doveva decidere al momento dell'iscrizione, adesso ormai non può più ripensarci. Cioè il ripensamento vale solo se fai come comoda a loro.
Dobbiamo quindi ringraziare la Gelmini per più di un motivo:
1) ha messo in mezzo alla strada un sacco di gente, per la stragrande maggioranza donne, che si ritrovano senza un reddito;
2) ha costretto molte mamme a fare i salti mortali sul lavoro a causa dell'orario ridotto fatto dai figli a scuola;
3) ha di fatto reso obbligatoria la religione a scuola eliminando qualsiasi alternativa.
Grazie Mariastella.
Morale della storia? La tattica funziona! Mio figlio adesso fa religione. Così almeno quando deve unire i puntini per dare forma alla Vergine Maria lo può fare nel suo banco insieme ai suoi coetanei di I B, e non in terza A in mezzo a sconosciuti che studiano le tabelline.

Foto: Flickr

giovedì 22 ottobre 2009

No "no impact"

La settimana a impatto zero sta andando maluccio. Per il momento sono stata forte solo sul fronte trasporti: lavoro da casa, abito in centro e mi piace camminare e fare le scale. Per il resto...

Niente shopping, voto 8. Ho cercato di tener fede alla mia promessa di non comprare roba, e ho ceduto solo mercoledì, giorno 4 della settimana a impatto zero, per acquistare una chiavetta Usb da 8 giga. Un acquisto incongruo? Beh, almeno non era l'ennesima borsa. Nello stesso negozio però ho anche cercato invano di far riparare la mia macchina fotografica digitale che ha lo schermo rotto ma non ci sono riuscita. "Mannò signora, lo schermo è la parte che costa di più. Ripararla costerà sui 150 euro, a quella cifra se ne compra una nuova di gamma più alta". Ma perché ripararla costa 150 euro? Perché sennò poi non te ne compri un'altra! Io non l'ho comprata e resto con la mia digitale con cui scatto guardando nel mirino ottico e poi non posso rivedere le immagini, più low tech di così...
Riduzione dei rifiuti, voto 4 Ho una sporta piena di spazzatura che campeggia accanto alla mia scrivania. Sta lì a ricordarmi che come ambientalista faccio schifo perché produco decisamente troppa rumenta. E non ho conservato quella organica (per paura che mio marito mi denunciasse ai Nas). Si tratta di bottiglie, vasetti, confezioni, involucri, giornali, tutta roba che adeguatamente separata, pulita e portata nelle apposite campane si può riciclare, ma il concetto è che sarebbe stato meglio non produrla, non usarla. Cosa ho imparato? La birra alla spina è ecologica, il prosciutto preincartato della Coop no.
Mangiare solo cibo locale, voto 5 E' vero non mi sono sbattuta come avrei dovuto, ma al mercato su 50 banchi solo tre avevano qualche striminzita verdurina coltivata nella mia regione (lattuga e cavolo nero che ho prontamente acquistato). L'unica frutta locale erano dei fichi rugosi grandi come olive saclà che costavano la bellezza di 8 euro al chilo: ho lasciato perdere. Ho controllato anche al supermercato e vi assicuro che c'è da mettersi le mani nei capelli. Passi per le banane che ovviamente crescono solo nei paesi tropicali, e per i kiwi che arrivano dalla Nuova Zelanda. Ma le arance dal Sud Africa e i pomodori dall'Olanda?
Risparmio energetico, voto 5 Ho cercato di evitare di accendere il computer prima che mi servisse davvero. Prima ho letto i giornali, dato un'occhiata a del materiale di lavoro che avevo stampato, (acc! ma non si deve stampare... come ti muovi sbagli), fatto un paio di telefonate e solo dopo ho acceso il pc.
Ho cercato di calibrare al meglio l'uso del riscaldamento domestico e ho finalmente capito perché Mastro Ciliegia aveva il naso rosso: non era il vino, risparmiava sulla stufa.
Per quanto riguarda il mio frigo, di cui chi segue questo blog sa già fin troppo, è un americano doppia porta. E' di classe energetica A ma sospetto che consumi quanto uno Shuttle. Lavatrice e lavastoviglie oggi, giorno dedicato al risparmio energetico, sono state ferme. Ma stanno solo prendendo la rincorsa per marciare a tutta birra appena l'embargo sarà finito.

Venerdì tocca al risparmio idrico A non sprecare l'acqua mi sto allenando da parecchio, ma certo che lavarsi i denti usandone un solo bicchiere rappresenta pur sempre una sfida interessante.
Sabato sarà la volta del volontariato: bisogna fare qualcosa per la comunità.
E domenica? Ci si riposa e si cerca di fare (e impattare) il meno possibile.

Per partecipare: No Impact Project

Foto: Flickr.

mercoledì 14 ottobre 2009

Basta roba!



L’imperativo è decrescere. E come è vero che l’incoraggiamento necessario per farlo arriva dalla necessità! Intendiamoci, non è che non si voglia contribuire al bene del pianeta in maniera del tutto disinteressata, per carità. Ma mentre la crisi economica si fa sentire forte e chiara, il cambiamento climatico (anche se a ottobre si schiatta ancora di caldo) è leggermente meno pressante per chi non abita su un isolotto in mezzo all’oceano.
Le cose da fare sono quelle che ormai tutti conosciamo: consumare meno energia, riciclare i rifiuti, risparmiare acqua, comprare meno cibo confezionato, precotto, proveniente dall’altra parte del mondo, usare mezzi di trasporto sostenibili (piedi, bici, mezzi pubblici), volare meno…

Okay, ma come la mettiamo con la roba? Sì la roba, la roba, quella che ti chiama dalle vetrine, quella che i negozi ti tirano dietro perché c’è sempre meno gente che ha i soldi per comprarla, quella che ti porti a casa nel sacchetto e ti senti una persona migliore per cinque minuti. Quella roba lì inquina anche lei. L’hanno prodotta (probabilmente sfruttando manodopera a basso costo in qualche sweatshop del terzo mondo), tinta, riempita di sostanze chimiche, impacchettata, trasportata e poi ce la danno a noi a un prezzo X, che non tiene in alcun conto le emissioni prodotte per fabbricarla. Io di roba così ne ho a pacchi a casa mia e scommetto anche voi. Solo nel mio armadio ce n’è per anni.
Appunto, dico. Ma che, sono scema a comprarmene dell’altra? Quindi comincia qui il mio cammino anti-consumistico: non voglio comprare più roba. E sai che bel risparmio! Lascio fuori il mangiare e il bere, i farmaci e le cose essenziali per la creatura (urge un maglione per l’inverno, alle scarpe abbiamo già provveduto). Tutto il resto non mi serve. Ho libri a sufficienza per aprire una biblioteca, manco una libreria. Se non compro libri per i prossimi dieci anni potrò finalmente leggere tutti quelli che ho acquistato nei passati dieci: come credete che abbia fatto Feltrinelli a pagarsi quel supermegastore che ha aperto nel centro di Genova?

Ecco, è così che immagino la vecchiaia, un lungo inverno al caldo senza comprare nulla. Dovrò prevedere una deroga per la Settimana enigmistica.

Che poi di questi tempi non comprare è l'unico atto davvero sovversivo. Almeno a giudicare dal clamore che ha suscitato in America la proiezione nelle scuole del video che trovate in fondo al post (diviso in tre parti con sottotitoli in italiano), che ripercorre in maniera piuttosto didattica e con piglio ecologista la "storia della roba", appunto.

Glenn Beck, commentatore del canale Fox, una via di mezzo tra giornalista e intrattenitore, una specie di Dave Lettermann di destra, ha riempito intere trasmissioni di commenti sbalorditi all'idea che ai bambini americani possano venir dette cose tutto sommato banali: comprare non è un valore, gli oggetti sono fatti per diventare presto obsoleti, lavoriamo sempre di più per comprare sempre più roba e nel poco tempo libero rimasto guardiamo la tv che ci incoraggia a comprare ancora ecc, ecc...

A partire da domenica proverò l'esperimento No Impact week: una settimana passata a cercare di raggiungere l'impatto zero. Penso che quando arriverà il "giorno senza lavatrice", in cui bisogna fare il bucato nella vasca da bagno pigiandolo con i piedi, ci sarà da piangere. Ma ormai ho preso l'impegno. Quanto all'intento di non comprare roba, beh, spero di protrarlo oltre la settimana. Ma sono cauta, come quando avevo appena smesso di fumare e mi mancava il coraggio di proclamare: non fumerò mai più...

Foto: Flickr


The story of stuff






Glenn Beck commenta il documentario "Story of stuff"

mercoledì 30 settembre 2009

Il servizio pubblico

Il siparietto comico delle due aspiranti escort intrappolate nel bagno del Premier non è un servizio pubblico. E' uno scandalo! Ma come, noi paghiamo il canone per vedere 'sta roba?
Vuoi mettere invece L'Eredità o Miss Italia? Quelli sì che sono programmi che valgono davvero i soldi che costano.
Insomma 'ste due cretine con l'accento barese chiuse in bagno a farsi le foto e ad asciugarsi i capelli con il phon di Putin sono tutte intabarrate, tutte coperte, non si vede manco mezza chiappa. Ma uno che paga a fare?

Il primo episodio

venerdì 11 settembre 2009

Se Silvio fosse donna

Dal Blog di Concita De Gregorio, direttore de L'Unità: "Bisogna fare uno sforzo ulteriore e immaginare di avere una donna di 73 anni presidente del Consiglio. Una Merkel più anziana, per esempio, che si circonda di gigolò ventenni tatuati e disdice gli impegni pubblici per restare in doccia con loro. Cosa accadrebbe in quel caso? Le basterebbe dire non sono una santa? Oppure: non li pago, sono tutti volontari?"

Prospettiva interessante, non trovate? Fantascientifica, ma interessante.

lunedì 31 agosto 2009

I cattivi dei B movie

Siamo amici dei dittatori.
Schediamo (e picchiamo per strada e insultiamo a mezzo stampa) gli omosessuali.
Annulliamo la libertà di stampa, mettendo a tacere chi ci fa domande scomode.
Rispediamo i poveracci, i perseguitati, gli ultimi, a casa loro con un calcio nel didietro.
Utilizziamo altri esseri umani (possibilmente donne belle e giovani) come merce per "uso personale" o come merce "di scambio".
E pretendiamo il rispetto di tutti, e possibilmente anche lodi e magari, perché no, qualche Ola.

Siamo i cattivi dei film di serie B. Quelli che quando li guardi poi cambi canale dicendo: "Ma chi è lo sceneggiatore? Ma ti supplico, un po' di realismo!".
Siamo quelli che hanno conquistato un Paese a botte di tette e culi in tv a tutte le ore. Controlliamo televisioni, giornali e pubblicità ma insistiamo che i mass media ce l'hanno con noi. Siamo inverosimili, ridicoli, biechi e sporcaccioni. Sorridiamo sempre mentre te lo poniamo laddove il sole non dà i suoi raggi. E questo tu lo apprezzi. E ci voti.

Noi vorremmo essere migliori, ma se ce la sfanghiamo comportandoci così, perché mai dovremmo provarci?

giovedì 6 agosto 2009

lunedì 13 luglio 2009

The others


Sono le 5 e mezza di un sabato pomeriggio e io vado a spasso con mio figlio. Siamo nelle vicinanze di un grande negozio di divani. Divani, divani, sì avete letto bene. Ne parlo male da mesi su questo blog ma continuo a desiderare di comprarne.
Arriviamo lì nei pressi e su una scalinata a una dozzina di metri dall'ingresso del negozio c'è questo tizio. E' seduto sui gradini e a vederlo da dove mi trovo sembra uno che non sta molto bene. E' un marocchino, forse algerino, insomma arabo. E' seduto accanto a un secchio pieno di fiori e si dondola avanti e indietro. O almeno così mi pare.
Non mi piace, questo marocchino che si dondola avanti e indietro sui gradini col suo secchio di rose non mi piace. Lui si dondola e io penso, devo fare il giro largo. Lui si dondola. Giro largo. Lui si. Io giro. Dondola. Largo. Lui si dondola, si dondola, si dondola. Io giro largo, giro largo, largo, largoooo!
Guardo meglio. Fa un movimento con le mani. Chiude gli occhi. E' concentrato.
Sta pregando.
Io tengo mio figlio alla larga come se fossimo di fronte a un'esplosione nucleare e questo signore, con una compostezza e una dignità che non ho mai visto in nessuno della mia nazionalità o della mia religione sta pregando. E' chiaro che non ha nessuna intenzione di gettarsi a terra e fare proprio la cosa come andrebbe fatta. Ettecredo. Già solo così una come me ha fatto uno scarto di 40 metri. Però lui prega. E io sorrido nella sua direzione e facendolo mi sento un'idiota.
E subito mi ricordo di un altro momento come questo, un'altra epifania.
Sto passando per una via del centro, forse in auto, forse in autobus. C'è un semaforo e faccio in tempo ad assistere alla scena di un ragazzo sudamericano che esce da una tabaccheria con un gratta-e-vinci in mano.
Guarda il biglietto, estrae lentamente una moneta dalla tasca e comincia a grattare, con gli occhi chiusi strizzati, come se davvero si aspettasse di vincere la cifrona, chessò, diecimila euro, magari ventimila, e cambiar vita. Non ho sostato abbastanza a lungo per vedere come gli sia andata, ma voi che pensate?
Loro sono tra noi. Sta a noi decidere cosa vogliamo vedere.

Foto: Flickr

mercoledì 8 luglio 2009

Aiuto, ci è rimasta solo la Chiesa!


A difendere la decenza dentro e fuori dalle Istituzioni, a mobilitarsi in difesa degli immigrati, dei popoli che muoiono di fame, delle persone in difficoltà, a mettere un freno allo schifo cui assistiamo in queste settimane chi c'è?
La sinistra? No!
L'estrema sinistra? No!
Il Pd (che non so come derubricare in quanto sinistra ormai non è manco più)? No!
Ci sono loro, i cari, vecchi, antipatici, doppiogiochisti. I preti.
Sono loro che dalle colonne dei loro giornali fanno richiami alla moralità, loro che dai balconi da cui si affacciano lanciano appelli affinché in Italia non vengano rimesse proprio pari pari le leggi razziali. Insomma tocca trovarsi d'accordo e quasi fare il tifo per i preti.
Anche se sappiamo cosa accade purtroppo nei retrobottega di molte parrocchie, anche se siamo consapevoli che gli immigrati sono ormai gli unici a riempire le loro chiese e quindi in pratica si tratta di difesa del proprio bacino d'utenza. Ci ritroviamo a dar ragione ai vescovi, ad ascoltare, per una volta senza metter su un ghigno cinico, persino Papa-Ratzinger. Che qualcuno, magari proprio Dio, ci aiuti.
D'Alema di certo non lo farà.

E per chi ha voglia di dire la sua su questo schifo di legge anti-immigrati vi segnalo questo sito. Una goccia nel mare? Beh, il mare è fatto di gocce mi pare...

lunedì 22 giugno 2009

Settimana sul pianeta Terra


Negli ultimi sette giorni sono successe le seguenti cose:

- Ho fatto passare al tecnico della Samsung il peggior quarto d'ora della sua vita. Ma la Samsung del resto ci sta facendo passare due mesetti senza frigo mica da ridere. Non mi sono tenuta niente: dal fatto che mi auguro che gli elfetti coreani che confezionano i frigoriferi a mano uno per uno siano abbastanza in forze per fabbricarne un altro, alla constatazione che "prendere per il culo i consumatori è l'anticamera del fallimento". Risultato? Il frigo nuovo non si è ancora visto.

- Sono rimasta senz'acqua. L'idraulico è arrivato con l'autoclave nuova in una mano e una borsa di attrezzi nell'altra, è salito sul tetto, ha verificato che il serbatoio era vuoto, ha soffiato in un tubo e ha detto: "se non aprite l'acqua per tre ore forse stasera riuscite a farvi un bidet". Già, ho ribattuto io, ma si dà il caso che domani ricorra il giorno del mio shampoo annuale, come fare? "Devo tornare con altri attrezzi per sturare a dovere il tubo intasato o sostituirlo", mi ha risposto lui. Risultato? Non si è più fatto vivo.

- I montatori dell'Ikea sono finalmente arrivati al momento giusto, cioè DOPO che i mobili da montare erano stati consegnati, non PRIMA come l'ultima volta. Uno dei due armadi, però è risultato danneggiato. Alla domanda: e allora che si fa? La risposta è stata: "Niente, le lasciamo i rottami sparsi un po' per tutta casa, poi quando dalla Svezia qualcuno ci spedisce i pezzi da sostituire le manderemo un altro montatore a vedere cosa può fare". Inutile dirvi che la Svezia è chiusa per ferie fino a ottobre.

Però sono successe anche queste altre cose:

- E' nata la splendida bambina di una mia grande amica. Oggi l'ho tenuta in braccio e ho pensato: Ah, ecco perché tutti ci sbattiamo tanto... E poi ho pensato: voglio un neonato! E poi ho pensato, mannò, infondo meglio farsene prestare uno a ore. E poi ho pensato a quando mio figlio era piccolo così. E poi ho pensato che per me mio figlio sarà sempre piccolo così. E poi ho pensato: è proprio meglio che non faccia altri figli. E poi ... ad libitum...

- Ho rivisto dopo trent'anni il mio grande amore delle elementari. E riguardando le vecchie foto di classe al raduno per il pensionamento della nostra maestra (mitica Vanda!) ho pensato: però, ero proprio racchia da bambina! E poi ho anche pensato: però, che culo, potevo solo migliorare e infatti sono molto migliorata.

- Ho letto una bellissima pièce teatrale e ho pianto come un vitello sgozzato leggendo la scena finale. Che ci volete fare, certe volte è bello piangere come un vitello.

Alla fine, perciò, ottima settimana. Da domani però si torna in trincea.

Foto: Flickr.

mercoledì 17 giugno 2009

Prodotti notevoli


Casa nuova, nuovi apparecchi. Sapete che c'è? Mediamente fanno schifo.

Frigo Samsung americano side by side
. Una bestia. E' costato mille euro e non ha mai funzionato. Giace inutilizzato nella mia cucina nuova e da quando abbiamo traslocato lo usiamo come ripostiglio. Campiamo grazie a un Ignis pieno di bugne collocato in salotto vicino al divano.
Quando ce lo cambiano? Pare sia partito un tecnico a piedi dalla Corea appena gli è arrivato il piccione viaggiatore con il messaggio legato alla zampa che segnalava il guasto. Lo aspettiamo per Natale.

La tv di Fastweb. Nostalgica e ignorante. Ci sono moltissimi canali on demand che ti consentono di vedere a qualunque ora del giorno e della notte come un dvd (quindi anche mettendo in pausa per andare a fare la pipì) un'accurata selezione di brutti film e serie tv del pleistocene. Sto giusto riguardando la seconda stagione di Friends e mi chiedo come i tempi comici possano cambiare così tanto in "soli" 12-15 anni. Il pezzo forte però è che non c'è modo di vedere il Televideo. Ou, io non sono stata capace di capire come si fa.

Lavastoviglie Rex Techna Green da incasso. Si sono dimenticati un programma, quello utile. Si passa infatti dal ciclo rapido che dura mezz'ora, e che per farti venire i piatti puliti praticamente te li devi lavare prima a mano raschiando con la spugnetta abrasiva, a quello Ecologico che risparmia così tanta acqua che i piatti in sostanza te li lava a secco, ma ci impiega 150 minuti (non scherzo). Mi viene da dire: ehi, signor Rex, ma lei a casa mangia con i piatti di carta?

Foto: Flickr

lunedì 8 giugno 2009

Villeggiatura


L'immigrazione e l'Europa sono le grandi paure degli europei. Gli immigrati ci invadono portando problemi, delinquenza, sporcizia, avvicinando la povertà e il disagio alla porta di casa. L'Europa rompe le scatole, richiede lo sforzo di amalgamarci, conformarci, metterci a confronto e possibilmente a livello degli altri paesi: una competizione fastidiosa, onerosa, scomoda.
Nel dubbio sul da farsi si sono quasi tutti buttati a destra.
Alle elezioni europee vincono gli anti-europeisti, cacofonico ma non poi così sorprendente.
In Italia già si dice che il Pdl "non sfonda". Beh, non sfonda ma non affonda nemmeno. Cioè, sentite qui, l'immigrato che stupra la ragazza per strada è il simbolo di tutti i mali, il capo del Governo che si fa traghettare le donne in aereo nella villa in Sardegna per festini privati per sé e i suoi amici non fa alzare nemmeno un sopracciglio ai suoi elettori, che non lo abbandonano, non lo puniscono. Semplicemente non lo stra-votano.
Come mai, mi domando, la cosa non scandalizza, non fa riflettere, non indigna, non interessa?
Una gran parte degli italiani sogna di portarsi carrettate di belle ragazze a Villa Certosa.
Una cospicua minoranza sogna di esservi trasportata.
Un'altra non trascurabile quota di persone vorrebbe che la propria figlia fosse scelta per questo nobile scopo.
C'è poi forse perfino qualcuno che crede al complotto interplanetario contro Berlusconi, che in realtà in villa tiene corsi di sopravvivenza per fotomodelle in difficoltà (Lezione 1, farsi la doccia, Lezione 2, come togliere e mettere il tanga...).

E tutti gli altri? Tutti gli altri non bastano.

Se un domani dovessi spiegare l'Italia di oggi a un marziano gli farei leggere questo pezzo di El Paìs. Dedicato a tutti quelli che, non da oggi, si sentono dei marziani in questo paese.

domenica 31 maggio 2009

Traslocando


Tutto è cominciato una mattina di maggio. Io e mio figlio stiamo ancora facendo colazione e intanto dei gentili e nerboruti signori cominciano a svuotare il contenuto del nostro comò in grosse scatole confezionate sul momento. E' il calcio d'inizio. Io non riesco a non canticchiare a mezza voce la canzone di Fossati "E i ragazzi del trasloco avevano/ fatto in fretta/ a stanare i miei amori dai cassetti/ e dalle scatole di latta/ alcuni in macchina altri ancora/ solo in maglietta..." Poi mi rendo conto che la sto cantando davanti ai "ragazzi del trasloco" e improvviso una tossetta secca. Ma dopo tre minuti sono già lì che la ricanto come un'ebete. Nel mio cervello manca del tutto il filtro che tutti voi avete ben posizionato per impedire che ciò che state pensando vi faccia automaticamente cantare la relativa canzone.

Mi avevano detto "Se volete facciamo noi gli scatoloni". Le amiche strabuzzavano gli occhi: "Traslochi tra una settimana e hai fatto solo due scatole di foto?". I ragazzi del trasloco sono venuti e hanno fatto gli scatoloni. Insieme a noi, in maniera molto democratica. L'unica differenza è che loro hanno fatto 60 colli con su scritto semplicemente Libri. Nei 10 colli di libri che ho riempito io c'era una descrizione dettagliata per tipologia, argomento, trama e gradimento. Menomale che intanto loro facevano il grosso del lavoro, sennò sarei ancora lì a scrivere recensioni col pennarello indelebile.

Mi avevano detto "Ci vorranno un paio di giorni". I ragazzi del trasloco sono venuti e in due giorni hanno fatto tutto. Nella ristrutturazione della nuova casa molte cose sono andate storte, alcune sono andate così così, quasi tutte quelle che abbiamo un disperato bisogno di considerare riuscite hanno comunque comportato qualche magagna oppure sono "fuori squadra". I ragazzi del trasloco invece sono stati bravi. Mio marito e io eravamo del tutto impreparati a questa eventualità e per questo da giorni patiamo una sorta di sindrome di Stoccolma. I ragazzi del trasloco ci mancano. Ogni tanto ci scambiamo qualche frase affettuosa nei loro confronti. Siamo contenti di sapere che prima o poi torneranno a prendere gli scatoloni vuoti. Speriamo si fermino a cena.

Ora siamo qui, in questa casa che sa ancora di vernice e olio per parquet, in bilico tra il desiderio di tenerla ordinata e la necessità di farla nostra. Io passo il tempo a pulire ossessivamente. Lui non ha mai fatto tanto bricolage nella sua vita, e nemmeno in tutte quelle precedenti messe insieme. Non so quanto ci vorrà perché tutto ci sembri normale, per arrivare a sapere, senza doverselo domandare, dove sono le cose che ci servono, qual è il nuovo posto dei canovacci da cucina e in quale cassetto adesso abita l'acqua ossigenata.

Ho comunicato a mio marito la mia decisione di appendere un calendario nel mio studio. Mi ha guardato con un misto di terrore e disgusto all'idea di profanare con un chiodo la perfezione delle pareti arancioni. "Compratene uno da tavolo", è stata la sua soluzione al dilemma. Mi sa che per sentirci davvero a casa ci serve un evento che rompa il ghiaccio. Speriamo che mio figlio faccia al più presto il primo canyon nel parquet, così potremmo tutti rilassarci e smettere di trattenere il fiato.




Foto: Flickr

giovedì 7 maggio 2009

Bona visione


Essere donna in Italia è una condizione avvilente. Essere giudicate solo per il proprio aspetto fisico, una tassa che ci tocca da sempre e che ci induce a preoccuparcene in maniera patologica e alla fine demenziale.
Stiamo imbambolate davanti allo specchio come se avessimo 16 anni a considerare se possiamo o meno permetterci di indossare quel vestitino attillato alla cenetta con le ex compagne di liceo, e nel frattempo le sedicenni snelle, sode e pronte a tutto si fottono i nostri posti in Parlamento.
E' così, noi donne siamo andate davvero molto avanti nell'emancipazione. Possiamo ambire a occupare scranni parlamentari e addirittura poltronissime da ministro, col velluto e tutto. Purché siamo giovani e soprattutto bone.
La vicenda di Noemi Letizia, "aperta a 360 gradi", come ha dichiarato lei ingenuamente in un'intervista, "dal mondo dello spettacolo alla carriera politica", ci insegna che, si vada o meno a letto con l'ottuagenario Presidente del Consiglio, o si sia semplicemente delle sue protette, sono molte le porte che si possono spalancare quando i rapporti di fanno intimi e la chiappa strizzata nel succinto costumino merita un primo piano. Ma soprattutto ci insegna che non c'è poi più questa grande differenza tra ballare in tv coperte solo di un filo interdentale e rappresentare il popolo italiano nel suo organo più importante. E' uguale, è una carriera. It's a living, come nota saggiamente una delle chiocce di plastilina del film Galline in fuga, quando le si fa notare che campa solo per fare uova tutti i giorni e poi farsi tirare il collo e insaporire il brodo: è una vita come un'altra.
Chiunque abbia fatto attivamente politica anche solo per cinque minuti nella propria vita non può che sentirsi vilipeso dal nuovo andazzo. Anche chi non ha fatto altra politica attiva tranne quella elementare di trascinarsi a votare credo possa trovarvi qualche motivo di rammarico.
Ma il Presidente, nel suo soliloquio da Vespa l'altra sera, ha rassicurato tutti sul fatto che tra le candidate alle Europee non ci sono mai state delle Veline. Ha fatto tre nomi che dovevano essere esemplari, ma a essere sincera non ne ricordo nemmeno uno. Erano donne presentate con credenziali quali "sposa e madre", "laureata" e, la mia preferita: "figlia di un prefetto amico del dottor Letta".
In pratica ciò che si voleva sottolineare era: "non sono puttanelle, ma madri di famiglia, perfino laureate, addirittura di massima fiducia, tant'è che una è la figlia di un amico di un mio amico". Da quando questa è una credenziale per essere candidate alle elezioni? Probabilmente da sempre solo che prima si faceva di tutto per tenerlo nascosto, adesso si va in tv per urlarlo ai 4 venti.
Il teorema Berlusconi sulle donne in politica è: giovani, magari laureate e possibilmente belle, che è meglio per tutti, no? Ma in che senso è meglio per tutti? Perché nessuno si indigna a sentir dire una cosa simile? E perché visto che la maggior parte dell'elettorato è composto da donne, nessuno ha mai pensato che per vincere le elezioni bisognasse candidare dei bei figoni invece dei mostri repellenti che ci tocca guardare a ogni pastone del Tg1?
Le belle ragazze, anche "di sinistra" da Santoro si incazzano perché delle belle ragazze si sottintende sempre che siano sceme. Ma perché nessuno parla più di donne? Perché in Italia esistono solo gli uomini ricchi/potenti/politici/personaggi tv e le 'belleragazze', tutt'una parola? L'Italia è piena di donne, belle brutte, giovani, meno giovani. Non si laureano forse anche quelle? Non studiano e non lavorano e non producono anche loro? Il fatto che non possano andare a Miss Italia le rende forse un soggetto politico di serie B?
E' più facile governare un Paese se le persone che fai eleggere nel tuo partito prendono la candidatura alle elezioni come l'anticamera per realizzare il loro vero sogno: ballare nude in un programma di una tua tv. Così sono tutti contenti: i politici, che quando si degnano di presenziare alle sedute in assemblea hanno semmai qualcosa su cui posare gli occhi. Le ragazze, che mettono un piedino sulla ribalta. I padri e le madri delle ragazze, vero emblema dell'Italia.
E noialtri, che poi saremmo la stragrande maggioranza degli italiani? Ma certo! Noi dobbiamo solo fare un salto alle urne e poi tornare a casa, metter su i pop-corn e goderci lo spettacolo.

Foto: Flickr.

Quando le vacche erano grasse. E non lo sapevamo


"L'Universo si sta dilatando". Lo dice nel film Io e Annie il piccolo Alvy Singer, alter ego di Woody Allen, già nevrotico a nove anni, ossessionato dall'idea di un Universo i cui pezzi vanno alla deriva. "Sono forse affari tuoi?", chiede la pragmatica mamma ebrea che lo ha trascinato dal dottore perché Alvy ha smesso di fare i compiti. "Tu sei qui a Brooklyn. Brooklyn non si sta dilatando".

Il nostro Universo invece si sta restringendo. Tutto raggrinzisce e si ritira, come un maglioncino infeltrito le cui maniche si accorciano inesorabilmente dopo il fatale lavaggio in acqua. Dei decenni spensierati in cui anche chi stava maluccio si sentiva destinato a far meglio non è rimasto che un ricordo che già quasi sbiadisce. Polaroid del passato prossimo lasciata incautamente al sole.
Cioè, andremo a stare peggio, vi rendete conto? Alla gente della mia generazione questo è un concetto che va spiegato con la calma e il vocabolario basilare che servirebbero per far capire Internet a un novantenne. Semplicemente fatichiamo ad afferrare un'idea che va contro tutto quello che eravamo abituati a pensare. Fare più soldi, trovare un lavoro migliore, permettersi una vacanza più esotica, comprare vestiti più belli. La cosa inaccettabile è che da ora in poi, e per chissà quanto, (forse per sempre?), saremo costretti a guardarci indietro sospirando al ricordo di quella meravigliosa Arcadia di opulenza e serenità, al periodo d'oro in cui non vigeva il terrore di essere licenziati, non trovare mai più un altro impiego e finire a sbriciolare pane secco ai piccioni parlando da soli.
Ma dove diavolo ero io quando ero ricca e felice? Cosa stavo facendo? Perché non me la sono data? E quindi perché adesso ho la spiacevole sensazione che avrei potuto godermela di più?

5 cose che avrei fatto/comprato se avessi saputo che la pacchia stava per finire:
- Molti ma moooolti più trattamenti di bellezza;
- Un iPhone;
- Più biglietti del treno di prima classe;
- Un altro viaggio negli Stati Uniti;
- Vestiti. Anzi no, scarpe. Macché scarpe! Borse, è ovvio.

5 cose che mi piacciono e che potrò ancora permettermi anche con l'Austerity:
- Leggere;
- Parlare;
- Prendere il sole;
- Sbaciucchiare mio figlio (ma sta crescendo, quindi mi sa che a breve finirà);
- Quello che state pensando (e anche questa un giorno finirà, ma un giorno mooolto lontano).

5 cose che vi suggerisco di fare subito per sentirvi meglio:
- Andate all'Ikea. Io ci sono stata oggi, tutto costa pochissimo e vi trattano bene. Al ristorante hanno perfino le lasagne senza glutine;
- Apritevi un blog. Non costa una mazza e potete sfogarvi e farvi belli con gli amici;
- Datevi al jogging. Mantiene in forma a tutte le età, è gratis e vi fa scoprire un sacco di angoli inediti della città;
- Riciclate. Buttare via è uno spreco, comprare, una parolaccia. C'è senz'altro qualcuno che ha bisogno di una cosa che a voi non serve più. E viceversa.
- Vedetevi con un amico/amica. Resta la migliore forma di intrattenimento. E anche questo, per fortuna, è a costo zero.

Foto Flickr.

lunedì 27 aprile 2009

Nonna precoce


Mio figlio sa tutto su come nascono i bambini. Sa degli spermatozoi, degli ovuli, di come avviene la fecondazione, della gravidanza e (a grandi linee) anche della nascita. E' buffo, lui non dovrà mai partorire, ma il dettaglio bieco su come il bambiniello esca da lì dentro ancora non me la sono sentita di darglielo.

Domande salienti scaturite dalla lettura de "Il mio primo libro del corpo umano":
"Da che parte entra il seme del papà?"
"Come faccio a procurarmi uno spermatozoo?"

Come noterete non assomigliano a ingenue curiosità scientifiche, si tratta di domande piuttosto operative, come se il bambino dovesse mettersi a farlo lui e anche alla svelta. In effetti scopro che è proprio questo il suo piano. L'ho capito stasera quando, dopo aver letto ennesimamente tutto il procedimento, mi ha dato la ferale notizia che nessuna delle sue compagne d'asilo/fidanzatine vuole sposarlo.
"Mamma, devo trovarmi una da sposare, sennò come faccio a fare un bambino?"
Emerge che questo cinquenne amante della casa e di Scooby-Doo ha già chiesto la mano di tutte le bambine che gli sono capitate a tiro. Dopo un breve e burrascoso fidanzamento con un paio di loro è giunto un periodo di secca.

Forse ha capito che per avere un bambino piccolo in casa dovrà mettersi all'opera lui stesso. Alla domanda: "Vorresti un fratellino?" la risposta è: "Sì certo. Anzi fanne due, uno per me e uno per te." Lascio codardamente cadere nell'oblio la richiesta che per un attimo mi sembra quasi sensata, e riporto lui al centro della scena. "Non preoccuparti", lo conforto. "Hai tanto tempo per fare un bambino. Gli spermatozoi non ce li hai ancora, quindi adesso è comunque troppo presto".

Prima di addormentarsi sfinito si ripete cercando di rassicurarsi sulla ricerca della futura sposa: "Ah, c'è tempo. La devo trovare, ma c'è tempo".

mercoledì 18 marzo 2009

Che peso lo spamming


Upside Bench-Disco Ghisa 5 kg-Disco Ghisa 10 kg- Set regalo home fitness-Set regalo aerobica.

Non è il mio nuovo mantra, ma rischia di diventarlo se lo spamming mirato di cui sono vittima non cessa entro breve.Giorni fa stavo controllando su internet per una cosa di lavoro i prezzi di attrezzature per il fitness da camera. Cyclette, bilancieri, panche multifunzione, vogatori, quella roba lì. Ho visitato diversi siti e dato un’occhiata alle schede di un bel po’ di prodotti, preso i miei appunti, confrontato i prezzi, messo un bookmark a qualche pagina che avrei potuto aver bisogno di riguardare con calma e tanti saluti.

Da allora non vivo più. Non bastavano le pubblicità per taglie forti che compaiono sul mio profilo di Facebook ogni volta che mi collego, adesso sto sperimentando una nuova forma di persecuzione. Nella mia casella di posta su Hotmail, ahimè la casella principale, quella che uso per lavoro, sono perseguitata dal grosso banner pubblicitario di un negozio online di attrezzature sportive che mi propone ossessivamente i prodotti a cui avevo dato un’occhiata durante la mia ricerca.

Upside Bench-Disco Ghisa 5 kg-Disco Ghisa 10 kg- Set regalo home fitness-Set regalo aerobica.

Come possono pensare che una donna della mia età, schiaffeggiata dalla vita, acquisterà un disco in ghisa da 10 kg solo perché il messaggio pubblicitario glielo suggerisce ogni 45 secondi? Non mi serve! E poi come fanno a farmi pubblicità nella schermata della mia posta?

Caro signor Oliviero, la mia era solo una ricerca di lavoro, ma un domani potrei aver bisogno di un tapis roulant o di uno stepper e le giuro fin d’ora che non lo comprerò da lei manco morta. Anzi, questo vale da avviso a tutti quelli che mi leggono: non andate sul sito di questo negozio o entrerete anche voi nel tunnel dei dischi in ghisa. E non è un bel tunnel, credetemi. Comunque già che ci siete, non fatevi nemmeno un indirizzo di posta su Hotmail, che è meglio.

Foto: Flickr

lunedì 16 marzo 2009

Mance, prego

Vi piace la posizione di Obama sui bonus ai supermanager delle banche? A me sì, spero anche che riesca a tener duro.
E se eravate tra quelli che storcevano il naso all'idea del bailout, il piano da 700 miliardi che ha salvato le maggiori banche di investimento dalla bancarotta, proprio quelle guidate dai supermanager ultra-stra-pagati, spero che questa foto vi strappi un sorriso.

Sul cartello posto sulla brocca delle mance si legge:
Lasciate la mancia per favore!!!
Stiamo cercando di raccogliere 700 miliardi di dollari per aiutare i ricchi.



Foto: Flickr via Slate

venerdì 13 marzo 2009

Troppo di niente


Una volta, qualche anno fa, era giugno e io volevo prepararmi all'estate e rinnovare un po' il guardaroba. Non ero ancora zia allora, tenetelo a mente. Decisi che mi serviva un paio di bermuda.
"Eh? Eeeeeeeeeeh? Bermudaaaaaaaaaaaaaaa? No, quest'anno non si portano". Per me è iniziata così la fine del bello del capitalismo. E dire che avevo appena cominciato a guadagnare e contavo di godermelo almeno un po', tra una manifestazione e un'indignazione.
C'è in vendita una quantità raccapricciante di merci, ma sono solo quelle che ti vogliono vendere. Non credete a quelli che vi dicono che il marketing serve a scoprire cosa vogliono i consumatori. L'unico vero ruolo del marketing è di riuscire a infliggerti quello che le aziende hanno deciso di produrre.
Ero una ragazzina con dei bei capelli lunghi, bassa e con l'apparecchio, ma con dei bei capelli lunghi. Ogni volta che facevo lo shampoo dovevo poi fare due passate di balsamo, con pettine a denti larghi a grattare via i nodi stile tortura. Poi un bel giorno nacquero gli shampoo-balsamo. Li provai emozionata. Erano una cagata: non sbrogliavano davvero i nodi e non lavavano bene. Un annetto dopo cominciai a vedere le prime pubblicità di shampoo il cui "pay off" era: "Senza balsamo!!!".
Sono passati un po' di anni ma continua a sconvolgermi l'assoluta mancanza di scelta che affligge il post-moderno consumatore. Ci sono dentifrici che vantano ben 8 diverse azioni (sbiancano, lucidano, spaventano la placca, fulminano il tartaro, e non volete sapere cosa fanno alla gengivite...). Ci sono creme idratanti da 12 euro che combattono non una, ma ben 7 battaglie contro l'invecchiamento: restringono i pori, riempiono le rughe, idratano, illuminano, spianano e già che ci sono tosano il prato e passano il fertilizzante. Ci sono deodoranti che idratano le ascelle in modo che queste non raggrinziscano e siano morbide da baciare. Cioè, manco sotto le ascelle posso essere un po' come mi pare?
Però se sono io che manifesto un'esigenza, un bisogno, niente di stravagante, nulla di illegale, solo un piccolo desiderio, che se realizzato può rendere la mia vita quotidiana davvero migliore... Beh, in tal caso devo prepararmi ad affrontare il Vietnam.
Io e quello spilungone di mio marito volevamo solo un divano con lo schienale alto. Eravamo disposti a pagarlo, con Euro veri, mica i soldi del monopoli. Stiamo cambiando casa, cambiando vita, e avendo scontato una condanna di 10 anni con divani a mezza schiena, dove per guardare la tv devi farti una trincea di cuscini e avere addominali a tartaruga, speravamo di poter finalmente voltare pagina e rilassare il collo guardando Grey's Anatomy.
Ingenui!
I designer di divani rifiutano l'idea che chi si siede sulle loro creazioni possa allo stesso tempo avere in casa un oggetto bello da guardare e anche starci comodo. I divani belli sono bassi. Punto. Poi ci sono alcuni ravatti della nonna, comodi da urlo, che vengono venduti solo in vellutino color guano di piccione e con frange di raso tutto intorno.
In mezzo il nulla.
Vado su internet, consulto l'oracolo. Digito su Google "divano schienale alto" e clicco "invia".
Sotto i due o tre link sponsorizzati (che per la cronaca sono di aziende per le quali la schiena inizia e finisce nella zona lombare) trovo un forum dove persone vere, gente come me, disperata si scambia consigli.
"Mia cognata una volta ha trovato un divano quasi normale, non mi ricordo quanto era alto esattamente lo schienale ma mi pare fosse comodo".
"Lo so che 86 cm non bastano, ma è il meglio che ho trovato girando 156 negozi. Il modello è..."
"C'è una ditta sudafricana che manda in Europa un camion al mese...".
Alla fine abbiamo comprato il meno peggio. Non è propriamente comodo, però se mio marito si insacca un po' trattenendo il respiro e appoggia le lunghe gambe su un pouf (che ci è costato 200 Euro extra), forse potrà almeno per qualche minuto appoggiare il capino.
Il tempo sufficiente ad addormentarsi sfinito.

Foto: Flickr.

giovedì 12 marzo 2009

Ci stiamo sbagliando ragazzi

E' l'Italia vera quella dei ventenni che picchiano il disabile gay in piazza a Pordenone? E' la stessa del bullismo a scuola, una sua naturale evoluzione? O quella dei vigili di Parma che pestano il ragazzo nero prima ancora di chiedergli come si chiama? E' la stessa dei magistrati che nel dubbio sbattono in galera i romeni, e magari ce li lasciano anche quando è chiaro che non sono stati loro a stuprare la ragazzina?
Perché siamo il paese di Povia, dove il gay è meglio ex, dove il nero è sempre uno spacciatore, il romeno un delinquente? E' ancora un retaggio del fascismo questo non riuscire a tollerare e includere le differenze?

Andiamo verso un futuro sempre più multietnico e siamo tra i meno pronti a questo destino in Europa. "Abbiamo abbastanza stupratori, non possiamo permetterci di farne arrivare altri dalla Romania". Questa è la destra moderata che parla, quella che non si arma di spranghe ma che ancora crede che ognuno dovrebbe restare dove è nato, così saremmo tutti più contenti. Quando però il nonno diventa incontinente, la signora ecuadoriana, che si veste attillata e parla ad alta voce sull'autobus, e ha un marito che si ubriaca e poi fa a bottigliate con altri connazionali, beh, quella diventa a un tratto tollerabile.

Fa comodo smollare agli immigrati le responsabilità della maggior parte dei reati. Se poi gli immigrati non sono manco extra-comunitari, ma arrivano da un paese dal quale l'ingresso è libero, allora è ancora meglio. Il Governo non può essere tacciato di inefficienza per averli fatti entrare e gli italiani hanno la stupenda occasione per sentirsi migliori di qualcuno. E per averne paura.
Chi viene in Italia deve rispettare le nostre leggi. Certo, è un principio difficile da applicare in un paese Governato da uno che ha fatto la sua fortuna aggirandole o infrangendole e ora passa il tempo a cambiarle perché gli stanno un po' strette. Però è così: bisogna far rispettare le leggi. Anche perché quando è un italiano a infrangerle (e ce n'è a mazzi, non ce lo dimentichiamo, dagli stupratori agli assassini, dai ladri ai corrotti non ci manca proprio nulla), dove lo rimpatriamo?

I gay. Mioddio ma che cavolo ci sarà di così incomprensibile, ripugnante e fastidioso? Vanno bene nei telefilm come macchiette divertenti, ma non in giro per la nostra città. Eppure vivono e lavorano, pagano le tasse e tra i delinquenti sono una categoria largamente sotto-rappresentata. Dovremmo tenerceli stretti, no?

Diamo il potere alle donne: loro sono stranamente assai poco inclini a pestare la gente, romeni, disabili, gay o extracomunitari che siano, e hanno sicuramente provato su di sé una qualche forma di discriminazione e anche più di una. Direi che è il tentativo che non abbiamo ancora fatto per provare a trasformarci in un paese normale.

venerdì 6 marzo 2009

Un post da vecchietta


Dopo 20 giorni di silenzio ho deciso di scrivere due righe per lamentarmi un po' delle cose che non vanno. Ora, dovete visualizzare quelle vecchine genovesi (ma ne hanno di simili anche Roma, Milano, Napoli...) che reggendosi a stento sul bus che porta all'ospedale, o che ne arriva, piegano gli angoli della bocca all'ingiù, scuotono leggermente il capo e inarcano entrambe le sopracciglia come a voler dire "Che schifo".
Cosa c'è che non va?
Prima di tutto sto invecchiando: i capelli bianchi sono in aumento e con essi anche la saggezza, ma pure la voglia di criticare.
Poi c'è che niente, o quasi, funziona come dovrebbe. Non mi lancerò in un'altra intemerata sui treni, però vi confermo che fanno schifo su tutta la linea. Passo alle stazioni che, diventando vecchia, noto soprattutto per le deliziose barriere architettoniche, la mancanza di ascensori, la frequenza con cui le scale mobili sono rotte.
Ora dico, hanno rifatto Milano Centrale con gran clamore di fanfare e due anni di disagi per i passeggeri, ma nessuno dei cavalieri che fecero l'impresa ha pensato che forse per andare dalla stazione della metropolitana alla stazione ferroviaria servirebbe più di una scala mobile. Perché quando questa è rotta (spesso e a lungo, senza mai traccia di un operaio intento ad aggiustarla), noialtri si fa le scale, belle ripide in salita, con bagagli e tutto.
E ora veniamo ai diritti del passeggero.
Trenitalia mi ha recentemente inviato due buoni di rimborso per il ritardo di due diversi Intercity Plus (con obbligo di prenotazione) Genova - Milano (durata del viaggio da orario 1 ora e 40 minuti) arrivati rispettivamente con 63,5 e 51,5 minuti di ritardo.
L'importo di ciascun bonus è di 3,78 euro, "il 30% del biglietto", vale 6 mesi e posso usarlo solo per comprare biglietti di importo pari o superiore al suo valore. La sorpresa viene adesso: i biglietti per la parte acquistata con bonus non sono rimborsabili.
Cioè, se uso il buono per comprarmi un biglietto per il mio prossimo viaggio a Milano (l'unica meta che bazzico) e il treno che prendo fa ritardo (più che un'eventualità la definirei una certezza), in pratica mi rimborsano meno di quello che ti hanno rimborsato adesso. Devo sottrarre al prezzo del biglietto (beccando di nuovo la tariffa Amica diciamo 12,6 euro) i 3,78 che fanno parte del buono, e fanno 8,82 euro. Su questi se il treno tarda riceverò probabilmente il 30% di rimborso, quindi 2,64 euro. Oppure, peggio ancora, siccome mi spetterebbe il rimborso del 30% del biglietto, ovvero 3,78 euro, ma questo coincide proprio con quanto pagato col bonus, non mi rimborsano proprio un bel niente. Quale delle sue versioni sarà quella giusta?
E poi i buoni saranno cumulabili?
Ho bisogno di una vacanza.

Foto: Flickr.

lunedì 16 febbraio 2009

I bambini vedono, i bambini fanno

Il messaggio non potrebbe essere più chiaro.



Certo, fa venire i brividi. In particolare padre e figlio che scavalcano semi-travolgendola la donna che trascina un passeggino su per le scale, mamma e figlia che strillano sulla culla del bebè, padre e figlio che dicono al tizio asiatico di tornarsene al suo paese. E' difficile crescere dei figli perché si è costretti a essere migliori di come si è. E' difficile essere migliori di come si è.

Come spiegare a mio figlio che essere romeni non è una colpa. Che avere la faccia marrone non è diverso dall'avere i capelli rossi, che sentirsi stranieri può essere paralizzante. Che fare la cameriera non è peggio che fare l'avvocato. Che quando uno ti prende in giro perché a ginnastica non sai fare la capriola tu devi solo alzare un po' le spalle, sorridere e dire "Embè?" e lui la smetterà.
Insomma il mondo dovrebbe essere un posto migliore. Ma non lo è.

venerdì 13 febbraio 2009

Si è avverato un sogno. Anzi no, è un incubo!


Io sono un tipo da spesa. Mi faccio largo nelle corsie del supermercato, tiro giù roba con un occhio alla lista e una mano sulla pancia per sedare la fame. Riempio il cestello all'inverosimile (ma mai una volta che mi rassegni subito al carrello) e quando è zavorrato con almeno quattro bottiglie (olio, latte, vino, bibita alle fibre gusto mango, acchiappata al volo come contrappasso dietetico ai tomini da piastra e alla collana di salamini volatimi in grembo non si sa come), so che siamo al limite dell'intrasportabile e che mi spingerò molto oltre.
A volte alla cassa mi chiedono se mi serve il timbro sullo scontrino per il parcheggio e io rispondo con un sorriso vagamente ebete: "no grazie, sono a piedi". Il tragitto fino a casa consiste in una solitaria olimpiade di sollevamento pesi. Potevo mai lasciare nel banco frigo la nuova confezione da 10 di Actimel alla fragola senza zucchero? E la mezza dozzina di birre senza glutine? E l'ammorbidente in superofferta nella pratica damigianella da otto litri? Naaaa.
Nelle pause che mi servono per evitare che le braccia mi si stacchino dalle spalle rotolando scompostamente giù per i vicoli, approfitto per sbirciare un po' di vetrine dei saldi. E' il momento migliore per evitare di cadere in tentazione.: nelle sporte che ho appoggiato per terra il burro si irrancidisce a vista d'occhio e con la fronte appiccicata a una vetrina di scarpe l'odorino del taleggio in offerta non ispira acquisti pazzi.
Poi arrivo al portone di casa e mi attacco al citofono come l'alcolista al collo dell'ultima bottiglia di whisky prima dell'inizio del proibizionismo: 47 scalini con quattro borse da 7 chili l'una sono fuori discussione, piuttosto mi faccio una fonduta all'ammezzato e non se ne parla più.

L'altro giorno però la mia amena routine di consumatrice troppo ingorda e troppo poco muscolosa ha inciampato in un imprevisto. All'arrivo alle casse mi rendo conto che soltanto due sono presidiate da esseri umani (e una sta pure chiudendo). Le altre sono state trasformate in punti cassa automatici. Si appoggia il cestino con la spesa su un supporto, si passa il codice a barre di ogni prodotto sul lettore ottico, si legge il prezzo sullo schermo e si depositano gli articoli nel sacchetto. Ho già scritto tempo fa di quanto mi piacesse da piccola d'idea di fare la cassiera. Mentre un vigilante corpulento mi fa segno di avvicinarmi alla cassa 6 si fanno strada in me due emozioni contrastanti. La Marta di 7 anni e mezzo gongola e si domanda se quello non sia il suo giorno fortunato, la signora di 35 che sono in realtà si chiede a quanto ammonterà lo sconto per questo servizio fai-da-te.

Entrambe resteranno deluse. Passare scatole e bottiglie su un vetro e sentir fare bip non è emozionante come pensavo e i codici a barre sono sorprendentemente nascosti in un sacco prodotti. Sono circondata da coppie di vecchietti terrorizzate, che il guardiano delle casse rimbrotta dapprima bonariamente poi con tono sempre più secco: "Non mi deve togliere il sacchetto, sennò la macchina non le può fare il conto"; oppure: "Signora, il codice a barre! L'ha mai visto un codice a barreeeee?". Io sorrido angelica nella loro direzione, mi fingo più imbranata di quello che sono e strabuzzo gli occhi allargando le braccia come a dire: "Ma questi sono tutti matti, è chiaro che non potremo mai farcela da soli".

Quarantacinque minuti e un paio di attacchi d'ansia più tardi è il momento di pagare: infilo il bancomat in ogni pertugio dell'orrida macchinetta POS. Il chip non gli piace, la strisciata nemmeno. Il supervisore mi guarda ed è chiaro che prova per me un misto di pietà e disprezzo. Alla fine da una fessura spunta un simulacro di scontrino e io lo strappo e corro via, con zavorre e tutto, ma mi sono già resa conto che qui non è come alla pompa di benzina. Il fai-da-te, quello che lascerà a spasso una dozzina di cassiere nelle prossime settimane, e che alla Coop consentirà di tagliare una bella fetta di "costi fissi" a me non è convenuto proprio per niente. Nessuno sconto alla fine del calvario: ho solo regalato un po' di manodopera, lasciatemi dire un po' troppo qualificata, alla causa della Grande Distribuzione.

Foto: Flickr

domenica 25 gennaio 2009

A quando?



A quando un capo del Governo che in Italia decida di rendere pubblici i finanziamenti, gli obiettivi, le decisioni prima che vengano ratificate? A quando uno che metta la propria faccia e accetti suggerimenti e critiche? A quando un canale di comunicazione tra potere e cittadini che sia più democratico delle videocassette girate con la calza sull'obiettivo?

Obama non è un santo, magari fallirà. Ma finora a livello di immagine ha fatto mangiare la polvere a tutti. In testa Berlusconi, che dell'immagine dovrebbe essere un guru. Quello che apre questo post è un video comparso sul canale YouTube della Casa Bianca, che rappresenta il primo intervento settimanale di Obama presidente. Farà davvero tutto ciò che promette? Assicurazioni sanitarie alla portata dei cittadini che non ne hanno una? Più fondi per l'istruzione, vero motore dell'innovazione e in ultima analisi del benessere? Creazione o mantenimento di posti di lavoro (sono milioni, cifre che fanno girare la testa come direbbe Fabio De Luigi, e che ricordano molto le promesse di casa nostra)? Di certo si prepara a compiere una rivoluzione copernicana nel modo in cui il Paese viene mandato avanti.

Le corporation hanno governato l'America con mano libera per i trascorsi otto anni. Alla faccia del liberismo tanto propagandato dai neo-con e dalla scuola di Chicago, dottrina in base alla quale il mercato si autoregola e il Governo, lo Stato, la Cosa Pubblica devono restarne assolutamente fuori senza cercare di regolamentarlo, durante l'Amministrazione Bush, ma chiaramente non solo, succedeva, forse in misura minore, anche prima, è stato fatto di più che tenere il Governo fuori. Lungi dal permettere che il Governo controllasse l'economia era l'economia che controllava il governo. Le grandi corporation hanno corrotto a botte di centinaia di migliaia di dollari, per mano dei loro lobbisti, i membri del congresso per prendere decisioni a loro favorevoli o, meglio ancora, non prendere decisioni per loro scomode. Le campagne dei candidati alla presidenza sono state finanziate così, e poi che dire? Dick Cheney, il vice di Bush, era stato alla guida della Halliburton prima del suo insediamento. Guarda caso proprio la società prescelta da Bush, senza gara d'appalto, per la ricostruzione in Iraq nonché quella di New Orleans post-Katrina.
Insomma, finora hanno governato loro. Adesso, visto lo sfacelo a cui questo ha portato l'economia americana, e purtroppo non solo quella, e non fosse altro che per onorare il principio di un sana alternanza, tocca ai cittadini.
Io un po' ci credo, voi no?

venerdì 23 gennaio 2009

Il lento viaggio dell'Italia


Vado poco a Milano di questi tempi. Quando mi tocca, però, l'esperienza mi ha insegnato alcune cose:
- fare il biglietto il giorno prima per beccare la tariffa Amica (20% di sconto esclusa la prenotazione, obbligatoria): invece di 31 euro a/r spendo 25,20;
- prendere il treno un'ora prima di quel che mi serve: arriva in genere con un ritardo compreso tra i 45 e i 60 minuti. Quando il ritardo è sotto la mezz'ora, perdo comunque un quarto d'ora sul binario, intontita all'idea di essere in anticipo sui tempi previsti;
- avvisare la baby-sitter di non prendere impegni prima della mezzanotte: anche al ritorno i ritardi sono la prassi.
La mia amica Gloria è tornata da un viaggio in Giappone e mi ha parlato dello Shinkansen. Era come leggere un libro di Jules Verne. E in effetti tornare a Milano da Tokyo è l'equivalente che andare dall'Italia al Ghana. Con la differenza che noi sediamo fianco a fianco del Giappone alle riunione dei G8, alle quali i nostri rappresentanti riescono a partecipare solo perché evidentemente non vi si recano in treno.

Okay okay, il solito post che parla male delle Ferrovie...
I treni sono come i giardini pubblici, i marciapiedi, le sale d'attesa dei Pronto Soccorso: tutti si sentono in diritto di sputarci sopra, farci cagare il cane o, se sono dalla parte di chi fornisce un servizio, trattare l'utente nel migliore dei casi con sufficienza, nel peggiore a pesci in faccia. E in più si paga. I treni sono zozzi, vecchi, se funziona la luce centrale dello scompartimento non funziona il riscaldamento, se funziona il riscaldamento non funzionano le lucine dei singoli posti. Se funziona tutto e non ci sono zecche o altri invertebrati a occupare i sedili le opzioni sono quattro:
1) sei sul Cisalpino;
2) non ti trovi in Italia;
3) sei in Italia su un treno delle FS di quelli nuovi e poi ti risvegli nel tuo letto tutto sudato;
4) è il locomotore che è rotto.

Le motivazioni dei ritardi sono tra le più fantasiose, perché tanto chissenefrega anche se non vogliono dire niente.
"Si avvisa la spettabile clientela che il treno partirà con un ritardo di circa 20 minuti per cause tecniche al locomotore. Ci scusiamo per il disagio".
Quale disagio? Quello causato dai 20 minuti di ritardo, dall'uso criminale della lingua italiana o dal fatto che i 20 minuti diventeranno inesorabilmente 40?

I miei amici pendolari hanno la loro da dire:
"Ora, non si pretende un miglioramento (nei ritardi n.d.r.), ma almeno si assestassero. Invece va sempre un pochino peggio", dice uno.
"E' l'alta velocità", gli fa eco l'altro, "ora si concentrano su quella e il resto chissenefrega":
Ah, cioè si concentrano sull'alta velocità?
Il sito del Secolo XIX ha una pagina in cui tutti i giorni pubblica un riassunto dei ritardi totalizzati da 100 treni il giorno prima. Lo so, è come fermarsi a guardare le ruspe per strada o leggere i necrologi, però...

Foto: Flickr

venerdì 16 gennaio 2009

Aggiornamento

Quasi una settimana è passata e il post precedente merita un aggiornamento. Nel frattempo, infatti, sono diventata amica di Facebook della mia cantante preferita, Suzanne Vega.

Come lo sai che è lei?
Sento già la domanda fatta in coro da quanti pensano che FB sia una scemenza e rispondo: se non è lei è una che la conosce molto bene, che è presente a ogni suo concerto, compresi quelli fatti nelle cafetterie di Brooklyn, e soprattutto ha molti suoi ritratti dall'espressione stropicciata scattati con la webcam in pigiama.
Le ho scritto per dirle quanto amo le sue canzoni e che le canto a mio figlio per farlo dormire (con esiti alterni, ma non c'è bisogno di informare Suzy) e per ringraziarla del suo lavoro. E lei mi ha risposto ringraziando me e scrivendomi che anche lei cantava le sue canzoni a sua figlia quando era piccola.
Beh, sentite, se è un mitomane è bravo: ha quasi 3000 amici, tutti sempliciotti convinti di scambiarsi sciocchezze e aggiornamenti banali con la vera Suzanne Vega? Tra di loro riconosco i nomi di altre cantautrici, per esempio Martha Wainwright.

Insomma, la verità è che sì, magari delle foto della moglie del cugino della mia ex vicina di casa non me ne importa un fico, ma l'idea che uno dei miei miti sia, almeno virtualmente, a un clic di distanza è davvero uno scarto notevole. Anche solo 5 anni fa non lo avrei mai ritenuto possibile.

Ah, dimenticavo, nel frattempo ho recuperato altri due cugini. Uno di loro era l'amore della mia infanzia. Settimanona...

E questa è Luka



E questa è Gipsy, con tanto di spiegazione

sabato 10 gennaio 2009

Identikit via Facebook


Le avete mai viste su Flickr quelle foto dal titolo "What's in my bag"? L'utente, in genere donna, ma anche parecchi maschi con zainetto, svuota il contenuto della propria borsa su un letto/tappeto/tavolo e osservando gli oggetti che porta con sé dovremmo capire qualcosa di lui.
Invidio alcuni dei proprietari di quelle borse. Mi sembrano persone interessantissime, colte, affascinanti. Con i loro iPod e i loro libri, i loro mini-micro computerini, i quaderni, i moleskine, gli occhiali da sole e le borsine di tela ripiegabili per la spesa ecosostenibile. Perfino le cicche sembrano sofisticate. La maggior parte di loro sono americanazzi, ma mai un mangione: tutti con la bottiglietta d'acqua da mezzo litro, la mela, il dentifricino da viaggio.
Tutto lindo, pulito, ipertecnologico e al contempo rilassatamente low tech. Okay, ammettiamo pure che se sei lì che fai la foto per poi metterla online magari il biglietto del bus accartocciato e la mou mezza masticata li lasci fuori dall'inquadratura, ma comunque...

Non vi tedio con quello che c'è nella mia borsa, vi basti sapere che compaiono nel novero la ricevuta di una raccomandata inesitata, una molletta di plastica e una Smart giocattolo, tanto per raschiare via qualunque glamour possiate mai attribuirmi.
Provo invece a fare un inventario del mio account Facebook per vedere che ritratto può emergerne.
Conosco 3 Davidi e 3 Silvie, 4 Marchi, ben 2 Marike, nome che reputavo rarissimo, 3 Paoli e 1 Paola, 4 Stefani, 3 Luchi.
Tra i miei amici figurano 43 femmine, 45 maschi, 1 associazione.
13 dei miei amici sono in realtà parenti a vario titolo, dalla cognata di mia sorella al cugino di mio nipote.
14 sono ex compagni di scuola (elementari, medie, superiori), una di loro è stata mia amica continuativamente, senza salto temporale.
Colleghi ed ex colleghi li metto insieme, perché nella mia professione nessuno è ex, continuo a lavorare con molti di quelli con cui un tempo ho diviso l'ufficio: 29. Ma il problema è che molti di questi sono in realtà miei amici, al punto che sono amica di Facebook persino di alcuni dei loro parenti.
Amici ripescati dopo lunga pausa: 8.
Amici di amici: un sorprendente 12. Da alcuni mi aspetto di uscire allo scoperto e poter finalmente intavolare un rapporto che non dipenda dal nostro intermediario.
Poi ci sono gli amici che non rientrano in nessuna delle categorie di cui sopra, qualche nuovo acquisto (cioè gente conosciuta già nell'era di Facebook con cui non siamo stati neanche a scambiarci le e-mail), alcuni contatti di lavoro e una ragazza con cui condivido solo il cognome.

Ho 89 amici su Facebook, neanche un terzo di questi verrebbero al mio funerale e solo uno sarebbe davvero giustificato in quanto non è nemmeno una persona fisica...

Foto: Flickr

mercoledì 7 gennaio 2009

Love Affair

In onore di chi non ce la fa più a sentirmela cantare, canticchiare, uhm uhmare e fischiettare (tu sai che parlo di te), ecco un pezzo dei Baustelle, tratto da La moda del lento, che proprio non mi esce dalla testa. O tu, che ti ho fatto due orecchie così: goditi l'originale una buona volta.

martedì 6 gennaio 2009

Non dimenticar...

Hai presente quando ripensi a quel tuo compagno delle elementari che ti stava simpatico e te lo ricordi a una festa in maschera e ora ti chiedi che fine abbia mai fatto?
No, ora è mio amico di Facebook e sono aggiornatissima su ogni suo pensiero.
Ti ricordi quella scena meravigliosa di quel film stupendo con Paul Newman e una bellissima attrice dai capelli corvini che si baciano all'improvviso appassionatamente e ti hanno fatto provare quel primo brividone, e pensi: cosa darei per rivederlo?
No, la scena cruciale è su YouTube.
Senti mai nostalgia di quella sensazione a metà strada tra la tristezza e la felicità di quando avevi 13 anni ed eri in vacanza a Londra a imparare l'inglese e in discoteca mettevano i lenti svuotapista e c'era la canzone di quel greco ricciolone che belava "nothing's gonna change my love for youuuu"?
NOOOO, anche quella è su YouTube, e a riascoltarla fa sempre più schifo.

Tutto ciò faccio solo finta che sia un peccato, in realtà lo apprezzo molto. Non credo affatto che la nostalgia sia un'emozione sorpassata. Al contrario penso che la facilità con cui oggi possiamo "sedarla" non la diminuisca, ma anzi contribuisca a costruirci intorno un vero, meritato, culto. Del resto mentre il cantante ragliava le sue romantiche note d'amore, il ragazzino che mi piaceva si lumava un'altra, ma il passato è sempre bellissimo, no?

Credo però che le uniche cose che rimangono davvero intatte, cristallizzate com'erano e per questo irraggiungibili, irripetibili, siano quelle che abbiamo provato.
Sono quelle che non dobbiamo dimenticare.

p.s. La gioventù è proprio bella, ed io ero fermamente convinta che il ganzo dei miei sogni prima o poi avrebbe lumato me. Yeah, right.

E ora... occhio al ricciolone, che a riguardare questo video non potrà aver avuto lui stesso più di 13 anni, anche se è vestito come un ragioniere di 50.

domenica 4 gennaio 2009

Buon anno con Skype


Conversazione Genova-Londra

Io: Ma capisci? E' anche gratiiiiiiiiis!!!
Lei: Sì, lo so, lo so, è pazzesco!
Io: Mi fai vedere come hai sistemato lo studio?
Lei: Sì ecco qui, visto che ordine?
Io: Guarda come si vede beneeee
Lei: Aspetta che guardo direttamente la webcam
Io: Sì sì, c'è un minimo di ritardo nell'immagine ma io ti vedo, capisci? TI-VE-DO!!!
Lei: Questo computer nuovo è stupendo, la tecnologia è meravigliosa e chiunque dica che il Medio Evo era un bel periodo in cui vivere lo uccido.
Io: Sì sì, mi sembra che tu abbia proprio l'entusiasmo tipico di chi si è finalmente fatto un computer decente!
Lei: Ma infatti, il mio vecchio computer era ormai un fermacarte.
Io: E lo sai la figata di Skype qual è? Che ci sono voluti 27 secondi in tutto tra installazione del programma e inizio della conversazione.

Lei: ...

Io: ... ?...

Lei: Sì, 39 anni e 27 secondi.