mercoledì 14 settembre 2011

Senza glutine


La scritta "senza glutine" ha su di me lo stesso effetto che le parole "gratis", "omaggio" e, chessò, "sesso" hanno sulla gente normale. Risuona melodiosa dentro di me e mi spinge a fare acquisti compulsivi. La leggo su un qualunque genere alimentare e devo assolutamente averlo, non riesco a frenarmi. Più o meno la stessa cosa che accade a indice e mignolo del nostro premier nelle foto ufficiali dei vertici internazionali o con altre parti del suo corpo nei sotterranei di casa sua.

Allora acchiappo il barattolo di salsa alla puttanesca, il tetrapak di zuppa di ceci alle spezie mediterranee, il secchiello con i vortici di gelato all'anacardo del Libano e mi dirigo a testa alta alla cassa. Intendiamoci è sempre rigorosamente roba che non mi serve e che non saprò come utilizzare. Agli uomini di casa non piacerà, oppure gli piacerà ma, pur non contenendo il venefico glutine, già solo il primo boccone scatenerà innumerevoli disturbi di varia natura, dal prurito alle sopracciglia fino al callo da frutti a guscio.

Una volta superata da un paio d'anni la data di scadenza, queste prelibate scorte glutino-prive trovano in genere la loro collocazione tombale sul fondo del mio secchio dell'immondizia. Quando sento dire che per le scorie radioattive non si è ancora trovato un cimitero geologico penso sempre alla mia pattumiera con un fremito di fierezza.

Oggi però sento che è stato diverso. Oggi ero al supermercato con mio figlio e ho adocchiato una confezione di pancetta dolce a dadini "senza glutine". Chi non condivide il nostro problema probabilmente non si immagina nemmeno che un prodotto come la pancetta di maiale possa contenere una proteina che deriva da frumento, grano e altri cereali. Come ci finisce lì? Non vi tedierò, ma per riassumere, i procedimenti produttivi industriali fanno sì che questo rischio ci sia. Ecco allora che il fatto che un produttore si prenda la responsabilità di garantire che la sua pancetta confezionata a dadini è senza glutine mi appare come un gesto d'amore verso la nicchia di umanità a cui appartengo.

Acchiappo la confezione, la mostro trionfante a mio figlio e subito dopo leggo la scritta "ideale per amatriciana". Già, che bella idea. Ma com'è che si fa l'Amatriciana più? Tiro fuori il telefono dalla tasca, apro il browser, cerco "ingredienti Amatriciana", compro pecorino e pelati e torno a casa con la speranza che i dadi di bacon non faranno la stessa fine delle margheritine di Fukushima.

L'intolleranza permanente al glutine colpisce una persona su 100 nel mondo. In Italia e in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, le diagnosi sono in fortissima crescita. In Francia, dove ho appena trascorso due settimane in vacanza, non ne sanno niente. Non me ne capacito anche perché il paese si conferma, ogni volta che ci vado, la prova vivente di come potrebbe essere l'Italia se solo si insegnasse educazione civica a partire dall'asilo. L'impressione è che questi pazzi francesi assurdamente ci tengano al proprio paese, a mantenere le città in uno stato di decenza, a far funzionare i servizi, a curare il verde pubblico: scemate così.

Sicuramente ci sono zone di Parigi dove circolano ratti grossi come volpi, ma nel centro, una zona più estesa di molte città italiane, non c'è segno di incuria o di degrado. Per dire, al parco del Lussemburgo non c'è traccia di cacche di cani, nemmeno a cercarla col luminol. Nessun ricordino di Fido è mai stato abbandonato su quei vialetti nei secoli dei secoli.

Però se vai in una moderna metropoli, all'avanguardia su molti fronti, e ti aspetti di poter ordinare in un ristorante senza incappare nell'ingrediente proibito avrai delle brutte sorprese. Tu dici per semplificare le cose "siamo allergici alla farina" e la prima cosa che il cameriere ti porta dopo aver fatto giurin giurella di avvertire lo chef è il cestino del pane. "Non possiamo mangiare pane e pasta perché siamo allergici alla farina", specifichi al ristorante successivo. Nessun problema, a fine pasto ti arriva il sorbetto all'ananas che hai ordinato tuo malgrado, dal momento che è l'unico dolce sicuro, e conficcato nella pallina di gelato giallognolo c'è un succoso, friabile biscottone.

I francesi non ce la fanno proprio, è più forte di loro. E al supermercato la scritta che fa tintinnare di gioia la mia carta di credito non si vede che in rarissimi scaffali dedicati al cibo per gente lunatica o con antenati hippy. Accanto alle polpette di alghe e appena prima dei quarzi che curano l'insonnia.

Ho raggiunto la conclusione che, nella generale arretratezza e impreparazione sull'argomento, l'Italia sia un paese all'avanguardia. Ho trovato pizze senza glutine in paesini della Calabria dove c'era una sola pizzeria per chilometri. Spaghetti senza glutine in località dell'entroterra siciliano dove sapevano anche come cuocerli a puntino, il che è di per sé un miracolo perché la scritta "senza glutine" di solito annulla il concetto di "al dente". Ogni volta che mi sposto in Italia incappo, senza manco affannarmi particolarmente nella ricerca, in posti che offrono cibo che posso mangiare.

Ecco, se mettessimo nella vita pubblica la metà dell'impegno che mettiamo nell'offerta gastronomica, così rispettosa anche delle minoranze, penso che saremmo un paese dal quale un po' meno gente sognerebbe di fuggire.

Foto: Flickr

venerdì 8 luglio 2011

Vita al guinzaglio

L'unica parte positiva del tornare a casa dopo una vacanza in Corsica è quando scendi finalmente dal traghetto. In una domenica di luglio quello che da Bastia mi ha riportato a Genova era pieno di famiglie con figli, tanti, tantissimi figli. Anche noi ne avevamo di nostri, ma quelli degli altri, chissà come mai, si fanno sempre notare di più.

Cercando di ricacciare indietro con la forza del pensiero il mal di testa atroce che sentivo montare e fingendo di ignorare le urla belluine di bambini di età compresa dai 3 mesi ai 12 anni che sembravano provenire da ogni direzione, ho provato a gettare uno sguardo nell'abisso, senza sovrastrutture mentali, e ho avuto paura.

Orde di creature basse, sporche e ululanti tenevano alla catena esseri umani adulti dalle sembianze stravolte dalla stanchezza. A scudisciate i nanerottoli ringhianti ottenevano dai loro badanti al guinzaglio tutto ciò di cui avevano bisogno e che richiedevano a gran voce (PATATINEEEEEEEE, GELATOOOOOOOOO, CACCAAAAAAAA, CARAMELLEEEEEEEE, ANCORA PATATINEEEEEE) ma non sembravano mai paghi. La soddisfazione di ogni desiderio pareva anzi scatenarne di nuovi e aumentare il volume delle lamentele quando questi non venivano esauditi all'istante.

Ho visto nonne con la sciatica inseguire con le scarpine nipotini scalzi di 2 anni che fuggivano dalle proprie calzature come Superman dalla criptonite. Ho visto padri rivolgersi con sguardo desolato alle mogli e annunciare "L'ha fatta di nuovo", sollevando in aria, e soprattutto lontano da sé, bambini ipernutriti e piangenti che avresti detto fossero ben oltre l'età da pannolino. Ho visto esserini apparentemente inermi grattare via dalla moquette del pavimento avanzi di cibo calpestato e metterseli in bocca avidamente dietro le spalle di genitori ormai comatosi e non ho fatto nulla per impedirlo. Anzi ho proprio pensato "magari questo lo metterà fuori uso per un po' e darà il tempo a 'sti poveri cristi di riposarsi per qualche minuto".

Come è successo che siamo diventati gli schiavi dei nostri figli? Che cosa, quale colossale errore dell'educazione impartitaci dai nostri genitori ci ha condotto a questo stato di semi-libertà in cui viviamo, nel terrore di sbagliare, di non essere abbastanza servizievoli, di scatenare il pianto lacerante di coloro dei quali ci dobbiamo occupare? Come siamo passati dall'impostazione relativamente autoritaria dei nostri genitori alla sudditanza fisica e psicologica con la quale tiriamo su la nostra progenie?

Perché è il bambino a decidere se il viaggio in traghetto sarà una calma traversata di ritorno a casa o un inferno destinato ad annullare gli eventuali (ma ce ne saranno stati?) effetti benefici della vacanza? Sono convinta che per molti dei genitori che ho visto ai lavori forzati sulla Moby Wonder, il ritorno in ufficio rappresenti il riposo del guerriero, il giusto premio per la fatica disumana alla quale sono stati sottoposti in ferie. Lì forse non li frusteranno, non gli urleranno ordini nelle orecchie, e il loro capo non tratterrà il fiato fino a diventare blu nell'attesa della chiusura di quella pratica. Lì almeno saranno trattati con il rispetto e la dignità che meritano, perché sono brave persone.

Perché la principale missione dei genitori sembra essere diventata quella di non contrariare i propri figli, di non doverli mai vedere frustrati, delusi o, diononvoglia, annoiati, nemmeno per un secondo? Come siamo diventati degli sguatteri-intrattenitori e soprattutto come ne usciremo? I nostri genitori fumavano in casa, litigavano davanti a noi, e commettevano altre nefandezze del genere. Certo non ci hanno mai chiesto di suggerirgli la destinazione per le vacanza né il permesso per poter leggere il giornale in pace 10 minuti, per citare due cose che invece io faccio con mio figlio.

E in cosa consisterà la ribellione adolescenziale di questi reucci dall'ugola d'oro? E poi cosa racconteranno 'sti mocciosi tra 30 anni ai loro psicanalisti? L'unica cosa certa è che i loro genitori, se ne avranno ancora le forze, potranno finalmente godersi una vacanza in Corsica, traversata compresa.


martedì 10 maggio 2011

Il cinema italiano in sette film

Due partite

Generazione mille euro

Tutta la vita davanti

Boris - Il film

Maschi contro femmine

Benvenuti al Sud

Oggi Sposi


Perché ho visto così tanti film italiani in quest'ultimo periodo? Perché è quello che ti becchi su Sky se accendi alle nove e un quarto di sera senza aver fatto altri programmi. Boris sono andata a vederlo al cinema per celebrare i fasti della serie tv e Maschi contro femmine l'ho scaricato un giorno che probabilmente non ero in me.

Bilancio. Su 7 se ne salvano 2: Tutta la vita davanti, che infatti è di Virzì, mica si scherza, con una Sabrina Ferilli strepitosa (e sì che non la sopporto) e Boris, che non è un capolavoro ma se sei un fan non è male.

Benvenuti al Sud, che è stato un mega successo al botteghino, si fa guardare ma è di una banalità mostruosa. Lo tira su solo la Finocchiaro che, pur interpretando immancabilmente se stessa da circa 25 anni, qui in un paio di scene fa morire dal ridere. Il resto è un ritratto del Sud da cartolina che assomiglia a quelle rappresentazioni dell'Italia fatte nei cartoni animati americani degli anni 50 (gondolieri e pizzaioli, sole e serenate, avete presente?).

Due partite è un film di una noia mortale, sceneggiato da mia nonna durante un attacco di letargia. Isabella Ferrari non sa recitare, c'è bisogno di ripeterlo? La Cortellesi sa recitare, ma secondo me non per il cinema. Massironi e Buy fanno delle patetiche macchiette. L'unica brava è la Pandolfi, ma anche lei ho l'impressione che faccia sempre un po' se stessa.

Generazione mille euro dice un po' poco, anzi pochissimo. E' un po' il negativo di Tutta la vita davanti, che invece del precariato e di come lo si subisce fa un ritratto verosimile e spietato.

Oggi sposi mantiene giusto la promessa del titolo: si vedono molti matrimoni e preparazioni di matrimoni. Ogni tanto si ride, con Placido che fa il pugliese cafone, e Pannofino che fa il fratello ancora più cafone. Ma poca roba. Il finale con Pozzetto "à la Pozzetto" da anni 80 nun ze pò vedè.

Maschi contro femmine è forse il film più stolidamente maschilista che io abbia mai visto. Se riesci a dimenticartene per un attimo, e vi giuro che non è facile, hai tempo anche di accorgerti che Nancy Brilli è ormai un clone di se stessa e siccome interpreta una cinquantenne bella e finta che si è rifatta tutto, ti viene da chiederti se per la sceneggiatura si siano basati sul suo diario. La Signoris fa la bruttina stagionata: ma và? De Luigi interpreta il marito devoto che cade in tentazione perché quella cattivona della moglie ha appena partorito e non gli si concede (tranquilli, alla fine si aggiusta tutto, non era mica colpa sua poveretto, a carne è debole). Potrei continuare, perché i siparietti sono molteplici, ma qualcuno ve lo risparmio.

Nel film Boris alla fine il regista si arrende all'evidenza di avere per le mani una troupe di mentecatti e un cast di attori incapaci e ignoranti e decide che non girerà un film impegnato di denuncia sociale, ma opterà invece per un cinepanettone. In fondo la ricetta è facile: basta aggiungere tette e scoreggie. Ecco, i cinque film di cui vi ho appena parlato sono a un passo dalla soglia tette/scoreggie, e in un paio di casi l'hanno superata.

Una mia amica una volta di ritorno da una crociera sul Nilo, dove aveva passato una settimana a stretto contatto con ciurme di altri italiani, mi disse di aver finalmente capito che i film dei Vanzina sono neorealismo. In compenso quasi tutte le altre commedie italiane con il cinema hanno ben poco a che fare.

Domande esistenziali
Come funziona la popolarità degli attori? Va a ondate? C'è un reflusso? Com'è che 5 o 10 anni fa non potevi vedere un film italiano senza imbatterti in Stefano Accorsi o Maya Sansa e adesso ovunque ci sono Isabella Ragonese e Carolina Crescentini, che recita mordendosi il labbro e non c'è differenza tra quando finge di fare l'attrice cagna e quando dovrebbe recitare un ruolo credibile?
Che ne è stato di tutti gli splendidi attori che hanno fatto La meglio gioventù?
Perché il cinema lo fanno quelli della tv?
Cosa abbiamo fatto di male per meritarci Nicolas Vaporidis? Anni di Silvio Muccino non erano forse già stati una punizione sufficiente?
Alessandro Preziosi è cieco, ha una paresi o è totalmente inespressivo perché sennò gli vengono le rughe in fronte?
Bisio saprà parlare senza accento milanese?
Qual è stata la parabola che ha portato Giuseppe Cederna da Mediterraneo a Maschi contro femmine?

Commedie italiane per un po' basta. Prossimo film: Habemus papam.






martedì 29 marzo 2011

Meno fame, più felicità


In preda ai sintomi di un'influenzetta con la quale ho dato il calcio d'inizio alla primavera, e sono parole grosse dal momento che ho un piede rotto, sfoglio una rivista patinata senza fare troppa attenzione agli articoli. La difficoltà a concentrarmi sui testi paradossalmente mi svela la trama della Matrice: all'improvviso sono in grado di vedere il codice che compone questa realtà fittizia, fatta di borse di pelle di coguaro e hot pants di strass. Nella mia testa prende forma un grosso punto interrogativo. Ma perché tutte le modelle di tutti i servizi di moda e di tutte e pubblicità sembrano immancabilmente delle sopravvissute a una lunga carestia?
Okay, niente di nuovo, direte voi. E invece vi invito a riflettere per tre minuti. Sono pronta a scommettere che nessuna delle donne che leggono questa rivista si può umanamente riconoscere in questi corpi prosciugati dalla fame. Ora, non dico che i giornali di moda debbano pubblicare foto di donne brutte, per carità, e nemmeno di donne normali, come voi e me. Ci vogliono delle belle ragazze che attirino lo sguardo e valorizzino abiti e accessori per invogliarci a comprarli. Ma credevo che lo scopo di utilizzare delle modelle fosse quello di indurci all'acquisto, spinte dal desiderio di assomigliare a chi indossa abiti e sandali, bracciali e foulard, golfini e t-shirt.
Ecco, il problema nel mio caso è evidente: io non voglio assomigliare a queste sedicenni deperite, non voglio essere quel tipo di donna, in posa perennemente floscia e immusonita, con cosce dello stesso diametro delle caviglie e polsi filiformi che sembrano sul punto di fratturarsi sotto il peso di maxi-braccialetti.

Questa qui, per esempio, che digrigna i denti in copertina con le guance incavate e una prima scarsa di reggiseno che spunta dalla giacca di un tailleur, da quant'è che non fa un pasto caldo? E quest'altra, protagonista di un raffinatissimo servizio in bianco e nero, che non riesce a riempire, con le sue scarne forme, nemmeno il bermudino taglia 36 che le hanno fatto indossare? Ha la femminilità di un traliccio dell'Enel, e per costruirsela è a digiuno dai tempi delle medie.
Intendiamoci, non voglio dire che non mi piacerebbe essere più magra e più soda, e magari anche più alta e più giovane già che ci siamo, ma non vorrei essere nessuna di queste qui. E mi indispettisce dovermi immaginare come starebbe quel completo che sembra carino, addosso a una donna che dopo averlo indossato, e riempito a dovere, abbia anche la forza residua per uscire di casa e mostrarlo.

Tutto sembra enorme addosso a 'ste ragazzette tristi, come fosse fuori misura. Ecco, capite, in certe immagini sembra quasi di vedere la figlia che si prova i vestiti presi dall'armadio della mamma. Su tacconi sproporzionati, inalberando gioielli enormi che sembrano poter lasciare un segno indelebile su quella pelle così sottile, queste bambine truccate e acconciate da signore non sembrano nemmeno godersi questa innocente trasgressione. Sono quasi sempre colte nel momento in cui la noia ha preso il sopravvento. Il gioco le ha già stufate, presto dovranno cercare un altro modo di impiegare il tempo. Chiaramente la merenda non è un'opzione.



E adesso arriva l'accorato appello ai capi del meraviglioso sistema capitalistico: togliete le secche dall'aria malata dalle riviste, e magari anche dalle passerelle. Fatelo per voi, per venderci più roba; aiutateci a farvi felici. E per favore, dite alle nuove leve, si spera di sembianze umane, di sorridere, perché è questo di cui avete bisogno: sorrisi. Gli stessi che dovrebbero stamparsi sulla faccia delle donne vere, che spendono soldi veri per comprare la vostra roba.


sabato 8 gennaio 2011

D'Artagnan


E' sempre nei saldi che il capitalismo dà il peggio di sé. I negozi rimettono fuori la merce che hanno in magazzino da 5 lustri sperando di riuscire finalmente a rifilarla a qualcuno; le poche cose davvero di stagione che valga la pena comprare costano uno sproposito (e il fatto che siano scontate del 15 % suona come una presa in giro, e forse lo è), e se cerchi un paio di stivali marroni dovrai ingoiare parecchi rospi prima di poter uscire calzata da un negozio.

Avevo iniziato l'anno colma di buoni propositi. Ho ormai abbandonato da tempo la linea "dimagrire e rassodare-imparare il giapponese-segnarsi le frasi intelligenti e spacciarle come proprie alla prima occasione". L'età avanza e sto lentamente smottando verso un più pacato mix: "lenire il mal di collo-leggere libri-non stare in pigiama nei giorni di festa".

Insomma, mi accontenterei di non peggiorare, mantenendo un decoro nell'aspetto che con gli anni va curato sempre di più per ottenere sempre di meno. Quando il 2 gennaio aprendo la scarpiera ho visto gli orribili stivalacci marroni che porto ormai da quattro anni mi sono detta che per quanto abbassi la sbarra ci sono cose che non devi tollerare: andare in giro per il terzo anno di fila con stivali di cui ti vergogni è una di quelle.

Parto speranzosa il 6 gennaio alla ricerca di ciò che ho distrattamente intravisto nelle vetrine per tutto l'autunno e di cui sicuramente è avanzata un'abbondante scorta nei negozi del centro: un paio di stivali color marrone scuro. Ora non starò qui a snocciolarvi tutta la scala cromatica del marrone, dal terra di siena fino al testa di moro. Quello che so è che gli stivali che ho hanno il colore giusto e portandomeli dietro ero abbastanza sicura di poterli sostituire con una spesa ragionevole.

Come al solito non avevo fatto i conti con i tre signori che ogni anno si incontrano a giugno sulla spiaggia di un isolotto del pacifico e sorseggiando cocktail decidono cosa noialtre poverette avremo il permesso di indossare l'inverno successivo. Credo che una riunione speculare si tenga anche in gennaio in qualche segretissima località sciistica, per tirare a sorte se i bikini dovranno avere, tutti immancabilmente, il reggiseno a triangolo o a balconcino. Nelle estati in cui esce testa (triangolo, che non so se lo sapete, ma non regge un granché) io non posso acquistare costumi da bagno.

Quest'anno i tre beffardi onnipotenti dell'abbigliamento dovevano averci dato dentro con i Margarita quando sono arrivati al capitolo calzature. Come spiegare altrimenti l'improvviso nostalgico amore per i tre moschettieri che li ha colti, convincendoli a scegliere come mono-modello di stivale quello rasoterra, stretto e alto sopra il ginocchio, che può star bene solo a una stanga anoressica di 18 anni, ed è comunque portabile unicamente con mini-abiti (che non indosso dall'88) e leggings (che facevano già angoscia negli anni 80 quando io ero una ragazzina e me li potevo permettere, ma non lo sapevo, e infatti mi guardavo bene dal metterli, figuratevi ora).

"Ma non si potrebbe avere uno stivalino con un po' di tacco, tanto per dare una mano alla natura che sull'asse verticale è stata con me un po' ingenerosa?"

...bla bla bla... bla bla bla...

Cioè, se volete vi dico anche cosa hanno risposto le varie commesse a cui ho rivolto questa domanda, ma la sostanza è che lo stivale che dico io, quello che forse in qualche antro di strega, conoscendo la parola d'ordine, si poteva ancora ottenere fino all'anno scorso, queste non ce l'hanno. Nessuno ce l'ha. Non c'è proprio negli elenchi, nei cataloghi, nelle fabbriche, nemmeno nei magazzini. Donne molto più avvedute di me devono aver fatto negli anni passati ciò che mi riprometto sempre di fare ma poi non faccio mai: hanno trovato uno stivale decente e ne hanno comprate tre paia esaurendo così per sempre le scorte.

Non posso dire di aver visitato dozzine di negozi alla ricerca dello stivale che avevo in mente. Sono abbastanza vecchia e saggia per sapere quando è ora di arrendermi, tanto loro sono più forti. Ho richiamato i cani e interrotto ufficialmente le ricerche dopo essermi provata un paio di stivali: 1) davvero marroni (non arancioni, beige o grigi come quelli che in diversi posti hanno cercato di vendermi), 2) con un tacco umano (ho scoperto al decimo negozio che esisteva un piano B nella mente dei tre moschettieri della moda, ma prevedeva molte borchie e un tacco a spillo) e infine 3) che una volta infilati non mi hanno dato la sensazione di aver ficcato i piedi in due tagliole.

La missione può dirsi compiuta. Ora non mi resta che comprare un poncho. Non mi piacciono particolarmente, non li uso, non ne posseggo nemmeno uno, ma siccome li vedo in giro da almeno due o tre anni sono sicura che quest'estate Athos, Porthos e Aramis li depenneranno definitivamente dalla lista e allora, semmai un giorno me ne servisse uno, mi congratulerò con me stessa per averci pensato per tempo.

Foto: Wikimedia

mercoledì 24 novembre 2010

In vendita


Quali sono stati i tempi d'oro di Hollywood? Non questi di certo. Quando io ero ragazzina e pagavo bei soldini per comprarmi brutte riviste con bei poster di attori fighi, questi stessi attori fighi poi non te li ritrovavi come piazzisti in casa, a tentar di venderti di tutto, dal detersivo al caffè. Quelle eran cose che i divi facevano in Giappone e siccome non c'era internet non se ne sapeva quasi nulla.

Adesso son tutti qui in Italia ad arrotondare. Vediamo un po', c'è Uma Thurman, cioè Uma Thurman, capito?, una delle donne più belle del mondo, una delle attrici più affermate, o almeno così credevo, che adesso di lavoro fa l'autista per l'Alfa Romeo nella pubblicità della Giulietta. Che tra l'altro è una macchina che ci si domanda chi se la compri.

Poi c'è Madonna, che non contenta degli stramilioni di bigliardoni che si è fatta con i dischi, ed avendo si vede esaurito rapidamente la vena di scrittrice di libri per bambini (chissà la Rowling com'era preoccupata), adesso vende abiti per Dolce & Gabbana. E' sui loro cartelloni travestita da casalinga terrona sexy un po' sciatta, che pulisce casa con secchio e straccio e compra galline vive al mercato con il reggiseno che spunta dalla vestina da nonna. Ora dico, decidetevi, come deve essere 'sta povera donna: sexy, elegante, trasandata, porca, povera o ricca? Perché se è povera e sciatta le do io una dritta per un banco del mercato di piazza Palermo che vende ottime pezze a cinque euro, una per l'altra.

La Julia Roberts non era l'attrice più pagata di tutti i tempi? Senz'altro lo è stata, guadagnando in un mese "buono", uno a caso degli ultimi 20 anni direi, somme che la maggior parte di noi non accantonerebbe in tre generazioni, mandando a lavorare anche i nonni e i figli sopra i 3 anni. Eppure eccotela lì, proprio come Sharon Stone e Demi Moore, a far pubblicità a un fondotinta miracoloso, che te lo metti e diventi come lei. Anche volendo darle l'attenuante che lo faccia per vanità e non per soldi, c'è lo stesso da domandarsi se sia etico.
"Andiamo Julia, lascia il posto a qualche modella bielorussa di 16 anni, truccata da quarantenne per sembrare una trentenne che dimostra 25 anni. Non sovvertire il giusto ordine delle cose solo perché hai una crisi di mezza età e ti mancano i soldi del deposito per comprarti l'isolotto in Oceania".

Su Monica Bellucci non mi pronuncio. In fondo ha cominciato facendo la modella e, viste le performance cinematografiche, era solo giusto che tornasse a fare quello. Ora però gli occhi in fronte ce li abbiamo tutti, e per convincerci che il sedere della bruna che fa la pubblicità del Martini Gold (turna Dolce & Gabbana) sia quello di Monica ci vorrebbe proprio una lobotomia.

Comunque qualcuno spieghi a Dolce & Gabbana che esistono donne anche nelle città del nord, e che anche se qui gli uomini non ci guardano ruminando stuzzicadenti in canottiera, non è che ci sentiamo meno avvenenti.

Infine c'è lui, il divone per eccellenza, bello, bravo, impegnato. Brizzolato con stile, ironico, scapolo d'oro. Devo dirvi che mi fa un certo effetto vedere George Clooney vendere capsule per macchinette del caffè, un po' come all'epoca provai una morsa di tristezza alla vista di Kevin Costner che esortava le signore di mezza età a comprare scarpe col plantare anatomico: "Venitei a caminarei in una Vallei Verdei". Gesù! Ma lì almeno si capiva che era per soldi: dopo Waterworld niente è stato più come prima per Kevin.

George invece infila un film dietro l'altro, un successo dietro l'altro, una bionda, una rossa e una mora dietro l'altra in continui spiedini di femmine eternamente trentenni. Eppure si abbassa a venderci capsule, alzando sardonico il sopracciglio come solo lui sa fare, e così facendo ci vende se stesso, il suo essere cool, ci vende il fatto stesso di fare la pubblicità come un elemento di estrema, paradossale superiorità. "Sono così cool che posso fare la pubblicità di 'sta roba e renderla cool, senza diventare uno sfigato agli occhi di quelle a cui devo venderla", sembra dire.

E invece a me viene da pensare che questo sia l'emblema della fine di Hollywood. Forse non si fanno più i soldi fitti di un tempo, forse è il peer-to-peer ad aver ridotto George e Julia sul lastrico. Forse è colpa nostra se Madonna è costretta a fare la casalinga porca e stracciona per mantenere il conto in banca sopra la soglia minima della decenza. Allora vi prego, facciamoci tutti un esame di coscienza e la prossima volta che stiamo per cliccare sul pulsante "Download" pensiamo a come sarebbe triste ritrovarci un giorno ad aprire la porta a Brad e Angelina e a dovergliela chiudere in faccia dicendo: "No grazie, non ci serve niente".








(Una delle immagini della campagna di D&G).


Foto: Flickr.

martedì 26 ottobre 2010

Muscoli


Doverosa premessa: la violenza fa schifo.

Svolgimento terra-terra.

Io mi sono fatta un'idea del perché in Italia c'è qualcuno che si ferma per strada e sferra un pugno in faccia a Capezzone, voi no?
Me ne sono fatta un'idea scambiando quattro chiacchiere non con Capezzone, dio-mi-scampi, ma con quanti votano per Berlusconi e lo amano incondizionatamente. E' dura per tutti. Il concetto di "muro di gomma" non arriva nemmeno a descrivere quello con cui si ha a che fare.

La scuola va a picco, le leggi non sono più solo ad personam, ma anche retroattive, con il 3 per 2, e se qualcuno prova a sollevare un dubbio di legittimità sulla melma che imbratta qualunque operazione finanziaria fatta dal premier per le sue case miliardarie parte la denuncia, la querela, si urla alla persecuzione.

Dobbiamo guardare la trasmissione di Santoro circondati da sacchi di sabbia e armati di mitragliette immaginarie. Ma da quando un programma di approfondimento giornalistico è diventata una trincea e guardarlo può essere considerato un atto politico?

Stiamo col batticuore per le casette a Montecarlo di Fini. Poi lui va in Parlamento e vota la fiducia ogni volta.

Viviamo in un paese dove le coscienze sono state annullate, dove anche chi da questo governo ha tutto da perdere è convinto di aver tutto da vincere. La dittatura della maggioranza sembra ormai aver soverchiato il principio di legalità: se uno violenta i bambini ma la maggioranza degli italiani lo vota, violentare i bambini diventa tollerabile. Fare sesso con ragazze minorenni consenzienti spedite a mazzi con l'aereo da madri ancor più consenzienti è ovviamente non solo lecito ma anzi meritevole di un'onorificenza. Sui loschi affari di soldi penso sia inutile dilungarsi: tutto buono, on e off-shore.

La dialettica è una cosa meravigliosa, se non fosse che, come l'onorevole Vito seppe dimostrare benissimo in quella campagna elettorale in cui si presentava a tutti i dibattiti e per un'ora ripeteva solo "comunisti-comunisti-comunisti", la dialettica con questi non si può applicare.

I pugni però li capiscono. I duomi pure. Magari riceverli in faccia politicamente li rafforza, ma sicuramente fa anche arrivare in malo modo il messaggio che a parole non trova più la via: ci fate schifo, ne abbiamo abbastanza di voi, ve ne dovete andare, ci vergogniamo di essere rappresentati da voi, avete reso ormai esplicito che l'onestà è solo un ostacolo alla ricchezza, non avete principi e soprattutto non sapete fare nulla se non il malaffare, che però in compenso vi riesce benissimo.

Rivedere il capogruppo dei socialisti tedeschi al Parlamento Europeo Schulz sinceramente allibito per il teatrino dell'assurdo di Berlusconi, nella pregevole occasione in cui questo, dopo avergli descritto il sole e il mare d'Italia, gli diede del kapò nazista, è corroborante e annichilente al contempo. Corroborante perché in lui vediamo lo stupore di chi non è ancora assuefatto all'horror padano, annichilente perché dà sempre la triste misura di quanto lo siamo noi. E spiega perché c'è chi passa alle mani.





Foto: Flickr